giovedì 14 maggio 2009

Le dita

Lo incontro tutte le mattine, quando vado a comprare i giornali. L'interrogo con lo sguardo e lui si sfoga. Sua moglie ha avuto una grave crisi cerebrale, i medici la tengono in coma farmacologico ma non assicurano che quello stato sarà reversibile. Ieri un nuovo racconto: "Sono andato a trovarla come ogni giorno e le ho parlato a lungo, anche se sapevo che era fuori conoscenza. Poi ho appoggiato una mano sul lenzuolo, accanto alla sua. Improvvisamente lei ha mosso le dita e, piano piano, è venuta a cercare le mie. E' uscita dal buio". Quel tocco dall'ignoto potrebbe farmi evocare il mito di Orfeo, di Euridice. Mi accorgo invece di non accontentarmi, per una volta, di parole antiche; neppure il ricordo di Eluana mi assorbe del tutto la mente. Penso piuttosto al mistero della vita del giovane uomo che ho di fronte: ha incontrato la sua donna per caso, dall'altra parte del mondo, a Buenos Aires. Si sono innamorati e lui se l'è portata a Genova. Adesso il male, improvviso, devastante, ha sconvolto la loro vita, ma ha dato anche la riprova di quella scelta reciproca: lei ha sconfitto il coma per cercare le dita di lui. Chiedete a uno scienziato quale sia il segreto di queste unioni così totali: vi parlerà senza dubbio di affinità genetiche, di compatibilità chimiche. Lasciatelo perdere, chiedete a un poeta: vi convincerà che l'amore esiste davvero.

sabato 9 maggio 2009

Il robot

Scusate se mi do delle arie, ma credo d'aver conquistato un posticino nel Guinness dei primati: probabilmente sono stato il primo a fare la "supercàzzola" a un robot. E' successo mentre cercavo di mettermi in contatto con un ufficio comunale di Genova per sapere se erano arrivati i moduli della dichiarazione dei redditi. Fino a un paio d'anni fa sulle "Pagine bianche" venivano elencati i numeri ufficio per ufficio ed era una gran comodità; ora invece c'è un numero unico che fa capo a un supercentralino automatico governato da un robot. Ho fatto la chiamata e una voce registrata mi ha ingiunto: "Dica a quale ufficio vuole essere collegato". L'ho detto. Il robot ha replicato: "Ripeta, per favore". A quel punto mi è scattata la voglia di una zingarata e - memore di Tognazzi - ho sillabato: " Con scappellamento a sinistra". Il robot è rimasto interdetto, poi si è arreso, dicendo quasi a malincuore: "Le passo un operatore del centralino". Sono così entrato in contatto con una telefonista che probabilmente stava facendosi le unghie in attesa che il robot s'impappinasse. Parlando tra umani, ho potuto spiegare alla signorina il mio problema e in un attimo ho ottenuto l'agognato collegamento. Sono esperienze tipiche di una città come Genova, ricca di circa diecimila dipendenti comunali più un robot che non ha mai visto "Amici miei".

lunedì 4 maggio 2009

Tappi granata

Il 4 maggio di sessant'anni fa, alle 17,03, cadde a Superga l'aereo del grande Torino. Era la "mia" squadra, l'unica per la quale abbia tifato in vita mia. Avevo quasi sedici anni, mi ritrovai immerso nello stesso dolore che avevo provato al tempo dei lutti per la guerra. E tra quei lutti c'era la morte di mio padre. Cercai di condividere con altri tifosi granata il senso di vuoto che mi sconvolgeva, andai in pellegrinaggio sul luogo della sciagura e sottoscrissi mille lire per la ricostruzione della squadra, anche se intuivo che il nuovo Toro mi sarebbe stato estraneo. Non mi sentii di portare il distintivo del "Torino simbolo" che la società mi aveva inviato in ringraziamento: per me era veramente tutto finito. Ancor oggi ripenso spesso a quella tragedia e mi torna subito in mente, nitidissimo, un particolare, minimo ma solamente mio. Con i miei amici partecipavo a un campionato di calcio da tavolo, usando tappi da birra riempiti di stucco e decorati con cerchietti di cartone che portavano i colori delle maglie, i numeri e i nomi dei giocatori (era un po' l'antenato del Subbuteo). Io giocavo, naturalmente, con la squadra del Torino. La mattina dopo il disastro aprii la scatola di latta, da sigarette, dove conservavo i miei tappi e staccai a una a una le "maglie" dei calciatori morti. Quello fu il mio funerale del grande Torino, con le lacrime di un sedicenne.

sabato 2 maggio 2009

Ciao, René

Sono stato a Palazzo Ducale a visitare la mostra sulle vittime degli anni di piombo (è aperta fino al 10 maggio). Ho ritrovato volti amici: il magistrato Coco e il commissario Esposito, uccisi, il p.m. Sossi, rapito, il giornalista Vittorio Bruno, gambizzato. Mi sono profondamente emozionato di fronte a una foto di Renato Briano, mio compagno al liceo Colombo, mio collega nell'associazione arbitri di calcio, mio instancabile partner negli allenamenti di atletica in corso Monte Grappa. Dopo il liceo facemmo insieme anche una grande mostra di trenini elettrici, proprio al Ducale: io alla cassa, lui alle manovre su un immenso plastico. René (lo chiamavamo così) era un ragazzo serissimo, metodico, nello studio e nella vita. Si laureò in legge, a Balbi. Lo incontrai l'ultima volta in Galleria Mazzini, mi disse "Vengo da un impiego in Sicilia, ora vado a Milano, sarò capo del personale in una grande azienda. E' l'occasione della vita, non la sbaglierò". I brigatisti lo uccisero il 12 novembre 1980, mentre leggeva il giornale sul metrò milanese, andando al lavoro. Non vide neppure i sicari. Stamani la mostra del Ducale sugli anni di piombo era deserta, anche se a ingresso libero. Nella porta accanto la gente faceva a gomitate per entrare al "memorial" di De André, dopo aver sopportato un'altra lunghissima coda alla biglietteria. Ognuno ha diritto di scegliersi i propri eroi e i propri simboli. Ciao, René.

giovedì 30 aprile 2009

Il vicesindaco

In occasione del 25 aprile è stato riedito il volume "Una repubblica a Torriglia" di G. B. Canepa, "Marzo" nella guerra partigiana. E' un'opera ricca di risvolti umani, ne possiedo la prima edizione del '67. Su Marzo, che fu vicesindaco di Genova nel 1945, mi raccontò un aneddoto il collega in giornalismo Giuliano Crisalli, figlio di un notissimo leader antifascista genovese, uno di quei "sovversivi" che venivano messi in cella preventivamente quando il Duce arrivava in città. Secondo il racconto, proveniente da una fonte non sospettabile di "nostalgie", Canepa entrò da vicesindaco a Palazzo Tursi con fieri propositi: voleva introdurre la semplicità e la purezza partigiana nelle incrostate schiere della burocrazia comunale. Seduto alla scrivania, decise di rivoluzionare subito una dei punti nevralgici del momento, l'ufficio alloggi: tirò su la cornetta del telefono, fece il numero e, proprio per non darsi delle arie, disse semplicemente, in genovese: "Sun Marsu", cioè "Sono Marzo". Dall'altra parte giunse una fulminante risposta: "E cùrite!" ("E cùrati!"). La battuta era buona, perché "Sun Marsu" in genovese significa anche "Sono marcio", ma la reazione dell'interlocutore non poteva non avere significati reconditi. Chissà, forse ancora oggi qualche burocrate telefona "Cùrati!" al ministro Brunetta, anche se il suo nome non si presta a finti equivoci.

sabato 25 aprile 2009

Il console

La morte di Paride Batini, console della compagnia del portuali genovesi, ha colpito profondamente la città. Batini aveva portato una sua apparente, eterna giovinezza fino al traguardo dei 74 anni; era il solo capace d'indossare il "chiodo" senza far pensare a Fonzie, era anche il solo ad autotradursi: quando parlava in fluente italiano alla Tv si capiva benissimo che quello che diceva l'aveva pensato in genovese. Si chiamava Paride ma era l'Ettore del fronte del porto, una Troia assediata. Con il pretesto dell'ammodernamento armatori e spedizionieri conducevano una perenne guerra alle posizioni di forza della corporazione dei portuali, cercando di abbattere i salari e, soprattutto, di eliminare l'esclusiva del lavoro sulle banchine. Quella gente già ricca faceva mille discorsi e ragionamenti sullo "shipping", ma finiva irrimediabilmente al tappeto quando Batini impugnava il microfono e diceva poche, chiare e semplici cose in difesa della classe operaia. Al funerale, la vedova del console ha seguito il feretro tendendo in avanti un braccio con il pugno chiuso: anche chi non è della stessa parte politica ha capito che quella era l'ultima testimonianza di una ferrea unione coniugale, fatta di amore e di condivisione totale d'idee e di esperienze. Così abbiamo scoperto che Batini non aveva solamente indovinato tutte le sue tattiche sindacali, aveva indovinato anche la moglie.

domenica 19 aprile 2009

L'intendente

Moltissimi macellai genovesi sono in ansia per le tasse arretrate: pare infatti che il fisco intenda chiedere integrazioni di decine di migliaia di euro. Tutto ciò non sarebbe successo negli anni Sessanta, quando nel palazzo di via Fiume regnava l'intendente di finanza Crescenzo Crispo. Ho scritto "regnava" non a caso, perché Crispo, personaggio quanto mai accattivante, godeva a Genova di una popolarità superiore a quella del sindaco. Lo si vedeva alla domenica, quando l'alto funzionario era il polo d'attrazione della tribuna d'onore dello stadio, non tanto per il suo temibile ruolo, quanto per le sue battute e per la sua competenza calcistica. Una volta all'anno l'intendente convocava i rappresentanti dei macellai genovesi e comunicava il totale delle tasse che lo Stato pensava di ricavare dalla categoria: "Provvedete voi - aggiungeva - a dividervi l'onere": La spartizione era praticamente già fatta, con un sistema semplicissimo: chi andava a Ca' de' Pitta a macellare un animale versava una sommetta in conto tasse: più erano gli animali che utilizzava, più erano i pagamenti che doveva fare. Una giustizia tributaria elementare ed efficace. Oggi non sarebbe più possibile, sia perché domina la progressività fiscale, sia perché a Ca' de' Pitta non macella più nessuno: le "mezzene" arrivano già pronte dall'Olanda.