lunedì 17 agosto 2009
Cannonate
Il porto di Genova, anche ora che hanno tolto le cancellate, rimane estraneo alla città: è un corpo a sé stante, con i suoi riti e i suoi segreti. Un tempo era governato da un Consorzio autonomo, che legiferava per conto proprio: ora è sparita l'autonomia e il presidente deve tener conto sia delle leggi dello Stato, sia delle istituzioni che lo rappresentano. E' un obbligo assai sofferto da un settore in cui, da sempre, dominano le corporazioni. Per dare un'idea dell'ambiente, una sola volta ho sentito un compagno di scuola o di giochi dire "Voglio andare a lavorare in porto". In quell'unica occasione chi parlava era figlio di un portuale. Ho rischiato anch'io di entrare nel giro, mio zio Albino Gordesco era infatti commesso di bordo e, non avendo discendenti diretti, aveva la possibilità di farmi assumere al suo posto, al momento della pensione. Girai alla larga e feci bene, tutto sommato; conservo però con orgoglio il "lattone" dello zio, la sua tessera di lavoratore portuale chiusa dentro a una custodia di metallo, antipioggia (una protezione teorica, perché da sempre alle prime gocce il lavoro sulle banchine portuali si ferma). Il presidente del Consorzio dei nostri tempi è dunque un cireneo condannato a sgobbare duramente. Forse non sa neppure che ai suoi predecessori "autonomi" spettavano gli onori di un Capo di Stato, comprese le cannonate a salve delle navi da guerra.
venerdì 7 agosto 2009
Pietanzina
Con un gruppo di carissimi ex compagni di lavoro ho raggiunto una trattoria dell'entroterra genovese, divenuta famosa per i suoi sontuosi primi e secondi. Dopo una lunga attesa, ognuno di noi si è trovato davanti un piatto di enormi dimensioni, al centro del quale stava una pietanzina simile ai lumini che si mettono al camposanto. Messo in allarme da una serie di colorite esclamazioni, il titolare del locale è accorso e, con accento trionfante, ci ha rivelato di aver assunto un cuoco della "Nouvelle Cuisine", destinato a dare impulso agli affari: "Vi abituerete subito al cambiamento - ha concluso - e ritornerete presto". "Certamente" gli abbiamo risposto, facendo il gesto dell'ombrello. Questa "nuova cucina" non è poi tanto nuova, dal momento che quasi cinquant'anni fa il giornalista Ernesto Mombello, famoso gastronomo, ne enunciava già i princìpi di base: "Non bisogna mangiare, ma assaggiare. Al primo boccone il gusto nuovo vi delizia, al secondo vi appaga, al terzo non è più nuovo e voi vi mettete a chiacchierare con il commensale vicino. Da quel momento in poi ingurgitate senza accorgervene e vi appesantite inutilmente". Tutto logico, razionale. Non ha proprio senso che, quando uscite con gli amici, ritorniate a casa sorridendo, accarezzandovi lo stomaco e dicendo "Ho fatto una mangiata...".
giovedì 30 luglio 2009
L'abilità
In tempi più brutali li definivano in modo eccessivamente specifico: sordi, muti, zoppi e ciechi. Poi si passò al nome collettivo di handicappati. Seguì un termine più smorzato, disabili, sostituito da un nome incoraggiante, diversamente abili. Il più diversamente abile che mi sia capitato di conoscere era un disoccupato di un paesino viterbese, Cellere. Me lo mandò un malfidato collocatore comunale per rimpinguare un gruppo di disoccupati con i quali stavo mettendo in luce la città etrusco romana di Vulci. Il nuovo arrivato giunse in coppia con un compaesano: erano sempre fianco a fianco, parlottavano in continuazione e picconavano l'interramento in perfetta sincronia. Lui alto, secco e rosso di capelli, l'altro bassotto e moro. Per un po' tutto andò liscio, poi il piccone del rosso sfiorò un polpaccio d'un operaio che stava passando. "Ahò - gridò la mancata vittima - che sei, cecàto?". "Perché, nun lo sapevi?" rispose il rosso. Così scoprii di aver assunto un operaio cieco per ritrovare preziose e sacre vestigia dell'antichità. Che fare, licenziarlo? Preferii incaricarlo di provvedere, con il suo complice, all'approvvigionamento di acqua potabile per il cantiere. Con la botticella se la cavava benissino. Oggi si parla spesso delle pensioni ai finti ciechi, ma un finto vedente è capitato solo a me.
giovedì 23 luglio 2009
Il piattino
In cima a vico Casana, anni fa, sostava un cieco con la fisarmonica. Cantava in falsetto vecchi ritornelli e campava con le elemosine dei passanti. Un giorno mi accorsi che aveva messo sul suo strumento un cartello con una scritta a grandi caratteri: "Sono solo, non date niente a nessuno". Gli chiesi il perché di quell'avviso e mi raccontò che da un po' di giorni un altro poveraccio si metteva di nascosto al suo fianco con un piattino e intascava le offerte che la gente credeva di fare al suonatore. Era stato il rumore delle monete sul piattino a far scoprire il trucco. Le disavventure del fisarmonicista non finirono lì: qualcuno gli fece credere che con la sua voce da tenore di grazia avrebbe avuto un gran successo negli Stati Uniti. Certo, c'era il problema del visto d'ingresso, ma si poteva rimediare con un viaggio clandestino, sempre che ci fossero stati i soldi per ungere chi di dovere. Il suonatore si lasciò convincere e tirò fuori i suoi risparmi. Gli imbroglioni, dopo una lunga serie di finti preparativi dell'espatrio, una notte l'accompagnarono in porto e lo fecero scendere nella stiva di una nave in disarmo, dove l'abbandonarono. Dei guardiani lo trovarono per puro caso giorni dopo, ormai stremato. Non aveva gridato perché credeva di essere già in navigazione. Si riprese e ritornò a cantare e suonare nel vicolo. Melodie sempre più tristi. Poi morì.
giovedì 16 luglio 2009
La firma
Abbiamo letto sui giornali che Elio Letizia, padre di Noemi, ha usufruito della prescrizione per tirarsi fuori da un processo per bustarelle. Una faccenda da molti milioni di lire, secondo l'accusa. I fatti risalivano al 1993, quando il Letizia lavorava presso l'assessorato all'Annona di Napoli e si occupava del rilascio di licenze di commercio. Sarebbe una storia poco interessante, se non ricalcasse una vicenda accaduta a Napoli, nell'Ottocento, a un funzionario del regno borbonico che aveva lo stesso incarico di Letizia. Il pubblico dipendente, chiesta udienza a re Franceschiello, si era umilmente lamentato con il sovrano per la pochezza del proprio stipendio: "Dopo tutto - aveva aggiunto - ho un ruolo non secondario nell'amministrazione del Regno, io sono quello che firma le licenze di commercio". "E tu non firmare" gli consigliò il re, congedandolo. L'impiegato mangiò la foglia e mise a frutto il suggerimento. Mesi dopo, Franceschiello, mentre passava in carrozza per il centro di Napoli, vide un magnifico tiro a quattro che superava in fasto il cocchio reale: incuriosito si sporse dal finestrino e riconobbe nell'elegante passeggero l'addetto alle licenze di commercio. Allora gli gridò: "Firma, firma, o ti mando a Gaeta!" cioè in galera. Evidentemente Franceschiello considerava illecito non il furto, ma l'eccesso di refurtiva. E i Franceschielli di oggi, come la pensano?
mercoledì 8 luglio 2009
Arriva Pinuccia
Sono i giorni della "rumenta", i genovesi hanno appena pagato l'onerosa tassa sui rifiuti ed ecco che si annuncia un rimpasto della giunta cittadina, con l'arrivo di un nuovo assessore all'ambiente, Pinuccia Montanari. E' una temuta rappresentante dei Verdi e ha pensato bene di trasferire a Genova i suoi metodi (raccolta differenziata, spazzatura quasi zero), dopo aver racimolato nelle ultime elezioni a Reggio Emilia (dove ha imperato per cinque anni) un misero bottino di 70 voti di preferenza. Dicono che circolare con in mano un sacchetto di rifiuti diverrà più rischioso che andare a spasso con una retina piena di bombe a mano. Era dai lontani tempi (anni Sessanta) di Fernanda Pedemonte che l'igiene cittadina non conosceva simili tempi duri. La professoressa Fernanda era divenuta il terrore degli alimentaristi, ai quali aveva imposto peraltro regolette ovvie, come l'uso della bustina copri capelli e la separazione tra le dita che maneggiavano il prosciutto e quelle che contavano i soldi. La battaglia più originale della tutrice della salute pubblica aveva avuto come obiettivo la cordicella elastica che teneva (e tuttora tiene) compatto il pollo cucinato allo spiedo: il ragionamento era semplice, il caucciù bruciato dalla fiamma diventa cancerogeno. Non si capisce in base a quale contro-ragionamento continuiamo, da allora, a trovarci nel piatto quella gomma "flambée". Che ne dirà la signora Pinuccia?
venerdì 3 luglio 2009
Il bacio
Vedere per strada innamorati che si baciano è ormai un fatto usuale. Negli anni Cinquanta, invece, ancora non conveniva: c'era l'infrazione legale e, inoltre, le ragazze temevano di essere viste da qualcuno che le conosceva. Così ci si rifugiava nei cinema, nei portoni, magari negli ascensori. Non mancava, però, chi sfidava più apertamente leggi e convenzioni. Capitò che una coppietta ebbe l'audacia di baciarsi sulla spiaggia proprio davanti a un tizio che stava prendendo il sole: che sfortuna, era un pretore. Identificazione, denuncia, processo, condanna a un'ammenda. Il tutto fu puntualmente riferito dal cronista giudiziario del "Lavoro", Giuseppe Gino Martini, che scrisse un resoconto assolutamente neutro ma poi scese in tipografia e si mise d'accordo con il linotipista incaricato di comporre quelle righe: "Qui dove c'è la erre ci metti invece una enne, capito?". Così il giorno dopo i lettori del "Lavoro" poterono leggere: "Al termine del breve dibattimento il pretone ha condannato i due fidanzati a un'ammenda". Apriti cielo, il magistrato s'infuriò e minacciò un procedimento; ma il direttore del giornale, presentandosi con il rotolo degli originali degli articoli, potè dimostrare, carta alla mano, che Martini aveva scritto pretore e non pretone. Nessuna ingiuria, quindi, ma solo uno sfortunato incidente. Proprio come quello del bacio davanti al giudice.
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