martedì 24 novembre 2009

Coloriture

Gianfranco Fini ha colto di sorpresa tutti pronunciando una "parola del gatto"; la stessa che rese ancor più popolare Trapattoni quando il simpatico trainer, conducendo in tedesco maccheronico una concitata conferenza stampa, ripeté più volte, con un crescendo quasi wagneriano, il cognome del calciatore del Bayern Thomas Strunz. Non è che Fini mi abbia scandalizzato, la volgarità non costituisce, in assoluto, un disvalore. Può rappresentare addirittura un arricchimento verbale, una simpatica coloritura, a patto di trovarla sulla bocca del volgo (appunto) non su quella di uno come Fini, che, di solito, è piuttosto stilé. L'unica tuta che il presidente della Camera abbia indossato è quella da sub: non era quindi il caso che si sforzasse di trasformarsi in Cipputi. A meno che l'astuto Fini non abbia pensato che, vista la facile fama conquistata da Cambronne con una sola parola, valesse la pena di porsi sulle sue orme per contendere a Berlusconi il "feeling" con la plebe. Anche in questa ipotetica impresa, però, l'ex delfino del raffinatissimo Giorgio Almirante è stato frenato dalla propria estrazione alto borghese: il rude generale napoleonico, infatti, con la sua esclamazione aveva decisamente puntato sulla "sostanza", mentre Fini ha preferito privilegiare la "forma" della sostanza stessa.

mercoledì 18 novembre 2009

Gli Incrociati

A Genova c'è la chiesa dei Diecimila Crocifissi. I turisti che vi si recano pensando di poter ammirare diecimila "Cristi" di legno, restano delusi: il tempio è quasi spoglio e si chiama così perché è dedicato a diecimila soldati fatti crocifiggere dall'imperatore Adriano dopo che si erano rifiutati di sacrificare agli dei. L'episodio, vero o leggendario che sia, è stato riassunto, alla genovese, con un laconico ( o cinico?) sostantivo: gli Incrociati. E il quartiere in cui sorge la chiesa si chiama appunto Borgo Incrociati. E' l'ennesima banalizzazione dell'orrore, quella stessa banalizzazione che consiglierebbe di togliere davvero il Crocifisso dalle scuole: il bambino che lo vede tutti i giorni è lo stesso bambino che, fattosi adulto, scavalcherà con indifferenza, sul marciapiede, il corpo d'un uomo appena assassinato. Forse il Crocifisso in classe aveva un senso quando si diceva una preghiera prima d'iniziare le lezioni. Adesso che non si fa più, sarebbe meglio sostituire la sacra immagine con l''"Uomo di Vitruvio", quello stesso che figura sulle monete italiane da un euro. Per i non credenti sarebbe una raffigurazione assolutamente laica, addirittura scientifica; i cattolici potrebbero invece ritrovare facilmente, in quel disegno leonardesco, le linee del Crocifisso soppresso. E almeno segnarsi, all'antica.

giovedì 12 novembre 2009

Gratta e vinci

Cent'anni fa, Trilussa descriveva così i convenevoli tra due Sovrani: "E la regina?" "Allatta!" "E er principino?" "Succhia!" "E er popolo?" "Se gratta!". Oggi il popolo continua, se non a grattarsi, a grattare. Gratta i biglietti a tempo dei posteggi, i concorsi stampati sui sacchetti delle patatine fritte e, soprattutto, i tagliandi del "Gratta e vinci". Anche le classi abbienti grattano, ma con più moderazione, come si conviene quando ci si misura con i tartufi e il parmigiano reggiano: in questi casi, il termine più usato è "grattatina". Ora c'è una novità: nell'atrio della stazione Brignole è stata installata una grande macchina distributrice di "Gratta e vinci" da tre e cinque euro. E' più frequentata della cugina che emette biglietti ferroviari, ma ha causato un inconveniente agli occupanti di un vicino ufficio, separato dall'atrio da una grande vetrata: quasi tutti gli acquirenti dei "Gratta e vinci" hanno infatti una gran fretta di grattare e qualsiasi superficie rigida per loro va bene; figuriamoci una lastra di vetro a portata di mano. Così, stufi del raspamento, gli impiegati hanno esposto sul divisorio un grande cartello: "Chi gratta su questo vetro perde". Mi sono fermato sul posto una mezz'ora, ma non ho visto utenti del distributore disposti a sfidare la maledizione. Si sono appoggiati altrove. Hanno perso lo stesso.

venerdì 6 novembre 2009

Prima Tv

Distratto dalle celebrazioni di Ognissanti, ho lasciato scivolar via il settantesimo anniversario di un curioso evento, registrato dal Decimonono del primo novembre 1939. Il giornale, quel giorno, era pieno di titoloni sul "cambio della guardia" nel governo e nel partito fascista. L'annuncio più importante riguardava il "siluramento" di Achille Starace e la sua sostituzione con Ettore Muti; ma anche l'ascesa del maresciallo Graziani al vertice dell'Esercito era di grande rilievo. La notizia più ghiotta, ai nostri occhi del Duemila, si poteva però leggere a pagina 3 . Era su una colonna ed aveva questo titolo: "Il Duce assiste a una ricezione televisiva". Diceva il testo, datato Roma 31 ottobre:"Ieri il Duce ha assistito a Villa Torlonia, per la prima volta, ad una ricezione di trasmissione radiovisiva effettuata dalla stazione di televisione dell'E.I.A.R. di Monte Mario. Il Duce ha seguito con un apparecchio radio Marelli l'intero programma, allestito nello studio dell'E.I.A.R., interessandosi dei particolari della trasmissione". Se non avessi letto casualmente quel trafiletto, mai avrei potuto immaginare un incontro così strano e così in contrasto con le dimensioni storiche e culturali alle quali ci riferiamo solitamente. E' stato come uscire a passeggio per la città e incontrare Giulio Cesare in motorino.

venerdì 30 ottobre 2009

Due video

Settimana dominata da due video, quello sull'ammazzamento di Napoli e quello su Piero Marrazzo. Il secondo l'aveva visionato da tempo mezza carta stampata, ma nessun giornalista si era sognato di darne almeno sommaria informazione ai lettori. Ci sono servizi da giornale e servizi da cassetto, a quanto pare. Poi i direttori proclamano "Le notizie si dànno, sempre!". Su Marrazzo i vignettisti sono stati un po' fiacchi, eppure materia ce n'era: dalla "Guerra di Piero" di De André ("Giace sepolto in un campo di guano..") alle ferrovie ("Sono Marrazzo, datemi l'orario della Transiberiana" "Ma che fa, ci riprova?") agli apparati ("Il Presidente è stato tratto in inganno dalla targhetta dell'appartamento, c'era scritto Servizi Segreti Brasiliani"). Passiamo al video di Napoli: la vittima designata entra nel bar, posa il casco ed esce a fumare una sigaretta. Pam, pam e buonanotte. Due particolari non quadrano: nella mia vita ho visto centinaia di riprese del traffico napoletano, ma ben di rado ho scorto qualcuno con il casco; inoltre è quasi incredibile l'osservanza della legge sul fumo da parte di un tipo da galera. Vespa, ci faccia un "Porta a porta".

sabato 24 ottobre 2009

Due fischi

Quindici giorni fa non avrei scommesso un soldo sul futuro dello stadio Ferraris: ora, invece si profila la salvezza. In famiglia siamo contentissimi: mia moglie, da bambina, vedeva il campo (e la partita) dal terrazzo di casa, io ho avuto l'onore di calcare lo storico prato come arbitro di incontri minori e come segnalinee in confronti tra squadre più importanti. Sono anche titolare di un piccolo record: ho arbitrato, sul Ferraris, l'ultima partita con i due fischi. Mi spiego: una volta l'arbitro interrompeva il gioco con un fischio e lo faceva ricominciare con un altro sibilo. Poi la Federazione, mi pare nel 1951 o 1952, decise che un fischio solo bastava, tranne che per il calcio di rigore. Tutti gli arbitri si adeguarono, tranne me, che stavo lavorando fuori Genova e non avevo letto i giornali. Così, quando ricevetti la lettera con l'incarico di dirigere l'incontro minore che precedeva sempre la partita di serie A, andai e arbitrai con i due fischi. Il pubblico, molto più aggiornato di me, mi gridava di tutto e io non capivo il perché degli insulti. Spiegato l'arcano a fine partita, ci rimasi male. Adesso, però, mi tengo stretto il record: finirò in un museo?

lunedì 19 ottobre 2009

Calze

Settimana della calza quella appena trascorsa. La ditta Calzedonia ha reinterpretato l'inno di Mameli dedicandolo a inesistenti "Sorelle d'Italia" (chi scrisse "Homo homini lupus" aggiunse subito dopo: "Figuriamoci le donne"). Il giudice Mesiano, autore dell'astronomico conto nella causa Mondadori, si è fatto sorprendere dalla Tv mentre indossava calzini turchese. Non erano bucati sugli alluci come quelli, indimenticabili, del Capo della Banca Mondiale Paul Wolfowitz in visita alla moschea, ma hanno fatto ugualmente riaprire il teatrino del pro e contro, al punto che Franceschini li ha indossati a sua volta, dello stesso colore, per solidarietà con il tele-spiato. Berlusconi (figuriamoci se non c'entrava) è stato nel frattempo accusato di voler rivoltare la Costituzione "come un calzino". I blog commentano: " Ma cosa vuole quella mezza calzetta...". Intanto i terremotati dell'Aquila sono al gelo e invocano a gran voce il passaggio dalla politica del calzino a quella del pullover: "Fratelli d'Italia, la faglia s'è desta, mi serve una maglia di taglia modesta...". Speriamo che Benetton provveda presto. Almeno prima che si arrivi alla calza della Befana.