venerdì 18 dicembre 2009
Il cartellino
Il presidente della Repubblica Napolitano ha esortato a continuare a cercare "qualsiasi frammento di verità" sulla strage di piazza Fontana: evidentemente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non tutto è stato accertato come si vorrebbe far credere. Ho letto, anno dopo anno, centinaia di articoli e libri sul terribile massacro, per poter scriverne a mia volta sul "Decimonono"; qualcosa, quindi, ne so. C' è un punto che considero cruciale e che le inchieste non hanno chiarito, quello delle borse di fabbricazione tedesca usate per gli attentati a Milano e a Roma. Ci sono altissime probabilità che quelle borse fossero le stesse che uno sconosciuto aveva acquistato a Padova (regno di Freda e Ventura) nella valigeria Duomo. Marca identica, meno certa la corrispondenza dei colori. C'era la possibilità di raggiungere la prova regina dell' identità: la valigeria Duomo usava infatti appendere alle borse un cartellino particolare, con indicazioni di magazzino e di prezzo. Anche gli inquirenti di Milano avevano tra le prove un cartellino da valigeria, repertato sulla scena del crimine dagli artificieri, ma quando decisero di confrontarlo con quelli di Padova, non riuscirono a ritrovarlo: disperso - dissero - nel "mare magnum" degli incartamenti. In quarant'anni si sarebbe potuto recuperare. Perché non è stato fatto?
sabato 12 dicembre 2009
La Moira
Un vecchio pittore, Giannetto Fieschi, ama rappresentare il destino sotto le sembianze di una tartaruga, "la signora Moira": così la chiama l'artista rifacendosi al nome che gli antichi greci davano alle Parche. La signora Moira mi fece un regalo dieci anni fa (era l'ultimo giorno del millennio) quando permise a un ottimo chirurgo, il professor Antonio Lijoi, di salvarmi con un intervento d'urgenza sull'aorta ostruita. Mi ripromettevo di festeggiare il decennale inviando una bottiglia di champagne al professor Lijoi, per ricordargli quelle ore drammatiche in cui dovette fermarmi il cuore (cioè uccidermi) per operarmi; per dirgli anche che era stato il suono della sua voce a farmi capire che stavo ritornando in vita. Lo champagne non partirà perché Lijoi è morto. Era ancora in buona età, aveva tredici anni meno di me. Da quando, mercoledì scorso, ho letto il suo necrologio sul giornale, m'insegue un pensiero molesto: quello che la signora Moira abbia rivoluto da lui i dieci anni e forse più che ha concesso a me. E' un'impressione assurda, lo so, chissà quante altre vite ha salvato Lijoi: perché dovrebbe essere stata proprio la mia rinascita a indurre la Parca a tagliare il filo dell'esistenza del chirurgo? Ma tant'è, il pensiero rimane. E durerà quanto il cammino della fatale tartaruga.
domenica 6 dicembre 2009
Bienvenido
Andavo qualche volta nella chiesa di Santa Caterina Fieschi per rivedere la sontuosa urna della nobildonna genovese salita all'onore degli altari. Vi sono ritornato venerdì scorso per la Messa di trigesimo d'un amico tragicamente perduto e ho assistito a una celebrazione eucaristica colma di preghiere e di inni in lingua spagnola: nel tempio si riunisce infatti la comunità equadoriana di Genova. Ho ascoltato suppliche e invocazioni che parlavano di solitudine, di sofferenza e ho intuito che i canti, più che glorificare il Signore, davano un po' di speranza, di serenità. Socchiudendo gli occhi, immaginavo di trovarmi in una di quelle missioni d'Oltreoceano, bianche di calce, che vediamo nei film; mi aspettavo che dal portale entrassero il Buono, il Brutto e il Cattivo. A me, che conosco Santa Caterina da una vita, il frate celebrante ha detto "Bienvenido hermano", come se fossi un neofita. Non mi sono adombrato, mi stavo crucciando al pensiero delle nostre chiese ormai deserte, sentivo di amare questo tempio gremito di ragazze minute e brune che cantavano il Pater Noster facendo una catena di braccia. Ho capito che ogni epoca finisce e che le sovrapposizioni di popoli sono fatali. E ho anche pensato: quando la Patria si allontana, il tuo Dio ti segue ovunque.
lunedì 30 novembre 2009
Il precario
E così un garante ha inibito a Calzedonia l'uso dell'inno di Mameli. Applaudendo, un'interpellata da uno dei tanti "Cosa ne pensa?" televisivi ha detto che l'inno non è un collant, ma un collante degli italiani. Ottima battuta, se non fosse che il pezzo forte di Calzedonia sono le autoreggenti. E anche "Fratelli d'Italia" è un autoreggente (senza apostrofo, a scanso di vilipendio) in quanto sta attendendo da sessant'anni di diventare inno ufficiale della Repubblica. E' un eterno provvisorio, un precario, un paziente fidanzato che spera nel "sì" di una ragazza invecchiata. Mi pare il momento di tirar fuori una poesiola dedicata a Mameli da Pompeo Bettini, poeta socialista di fine Ottocento e traduttore del "Manifesto" di Marx. Dice: "O fratello d'Italia/o guerriero innocente/ sognatore di rime/ a vent'anni cadente/ d'una morte sublime:/le trombe di fanfara/ dove alberga il tuo canto/ destano ai dì festivi/per strada un clamor santo/che fa fremere i vivi;/ danno ai giovani il passo/dei padri volontari, /fanciulli tolti al gioco/che con fucili impari/ rispondevano al fuoco./Resta la tua canzone/eco spenta di guerra;/i militi son vecchi,/liberata è la terra,/ gli allori cadon secchi:/ gloria di baionetta/ a che serve, o fratello?/ L'Italia non è forte/ed il suo cielo è bello./ Io non amo la morte". Oggi Bettini sarebbe in imbarazzo.
martedì 24 novembre 2009
Coloriture
Gianfranco Fini ha colto di sorpresa tutti pronunciando una "parola del gatto"; la stessa che rese ancor più popolare Trapattoni quando il simpatico trainer, conducendo in tedesco maccheronico una concitata conferenza stampa, ripeté più volte, con un crescendo quasi wagneriano, il cognome del calciatore del Bayern Thomas Strunz. Non è che Fini mi abbia scandalizzato, la volgarità non costituisce, in assoluto, un disvalore. Può rappresentare addirittura un arricchimento verbale, una simpatica coloritura, a patto di trovarla sulla bocca del volgo (appunto) non su quella di uno come Fini, che, di solito, è piuttosto stilé. L'unica tuta che il presidente della Camera abbia indossato è quella da sub: non era quindi il caso che si sforzasse di trasformarsi in Cipputi. A meno che l'astuto Fini non abbia pensato che, vista la facile fama conquistata da Cambronne con una sola parola, valesse la pena di porsi sulle sue orme per contendere a Berlusconi il "feeling" con la plebe. Anche in questa ipotetica impresa, però, l'ex delfino del raffinatissimo Giorgio Almirante è stato frenato dalla propria estrazione alto borghese: il rude generale napoleonico, infatti, con la sua esclamazione aveva decisamente puntato sulla "sostanza", mentre Fini ha preferito privilegiare la "forma" della sostanza stessa.
mercoledì 18 novembre 2009
Gli Incrociati
A Genova c'è la chiesa dei Diecimila Crocifissi. I turisti che vi si recano pensando di poter ammirare diecimila "Cristi" di legno, restano delusi: il tempio è quasi spoglio e si chiama così perché è dedicato a diecimila soldati fatti crocifiggere dall'imperatore Adriano dopo che si erano rifiutati di sacrificare agli dei. L'episodio, vero o leggendario che sia, è stato riassunto, alla genovese, con un laconico ( o cinico?) sostantivo: gli Incrociati. E il quartiere in cui sorge la chiesa si chiama appunto Borgo Incrociati. E' l'ennesima banalizzazione dell'orrore, quella stessa banalizzazione che consiglierebbe di togliere davvero il Crocifisso dalle scuole: il bambino che lo vede tutti i giorni è lo stesso bambino che, fattosi adulto, scavalcherà con indifferenza, sul marciapiede, il corpo d'un uomo appena assassinato. Forse il Crocifisso in classe aveva un senso quando si diceva una preghiera prima d'iniziare le lezioni. Adesso che non si fa più, sarebbe meglio sostituire la sacra immagine con l''"Uomo di Vitruvio", quello stesso che figura sulle monete italiane da un euro. Per i non credenti sarebbe una raffigurazione assolutamente laica, addirittura scientifica; i cattolici potrebbero invece ritrovare facilmente, in quel disegno leonardesco, le linee del Crocifisso soppresso. E almeno segnarsi, all'antica.
giovedì 12 novembre 2009
Gratta e vinci
Cent'anni fa, Trilussa descriveva così i convenevoli tra due Sovrani: "E la regina?" "Allatta!" "E er principino?" "Succhia!" "E er popolo?" "Se gratta!". Oggi il popolo continua, se non a grattarsi, a grattare. Gratta i biglietti a tempo dei posteggi, i concorsi stampati sui sacchetti delle patatine fritte e, soprattutto, i tagliandi del "Gratta e vinci". Anche le classi abbienti grattano, ma con più moderazione, come si conviene quando ci si misura con i tartufi e il parmigiano reggiano: in questi casi, il termine più usato è "grattatina". Ora c'è una novità: nell'atrio della stazione Brignole è stata installata una grande macchina distributrice di "Gratta e vinci" da tre e cinque euro. E' più frequentata della cugina che emette biglietti ferroviari, ma ha causato un inconveniente agli occupanti di un vicino ufficio, separato dall'atrio da una grande vetrata: quasi tutti gli acquirenti dei "Gratta e vinci" hanno infatti una gran fretta di grattare e qualsiasi superficie rigida per loro va bene; figuriamoci una lastra di vetro a portata di mano. Così, stufi del raspamento, gli impiegati hanno esposto sul divisorio un grande cartello: "Chi gratta su questo vetro perde". Mi sono fermato sul posto una mezz'ora, ma non ho visto utenti del distributore disposti a sfidare la maledizione. Si sono appoggiati altrove. Hanno perso lo stesso.
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