sabato 23 gennaio 2010
Vecchio calcio
"Tutto il calcio minuto per minuto" ha compiuto mezzo secolo. Giuste le celebrazioni, ma non è stato sottolineato a sufficienza che la trasmissione prosperò perché si stavano diffondendo le radioline a transistor, che permettevano ai tifosi di seguire dalle gradinate i risultati degli altri incontri. Ma prima di allora, come ce la cavavamo a Genova? Finita la partita, una folta colonna di supporter si dirigeva a piedi verso il centro cittadino: prima sosta in via San Vincenzo, dove lo studio fotografico Vivenzio e Pagano esponeva già le istantanee in bianco e nero dei gol e delle principali azioni del primo tempo: quasi un miracolo tecnologico, ai nostri occhi di allora. Poi si proseguiva verso piazza De Ferrari: lì, su un terrazzo a destra del pronao del teatro Carlo Felice, era pronto un cartellone ricco di occhiaie vuote, che una mano volonterosa riempiva a poco a poco con i risultati delle altre partite di serie A. Ad ogni nuovo dato il brusio delle piazza aumentava di volume. Quanto alla classifica, bisognava farsela da soli, con l'aiuto di qualche ritaglio di giornale. Venne poi una vera rivoluzione informatica, con l'installazione, sull'alto del palazzo a sinistra del Carlo Felice, di un giornale luminoso, a lettere scorrevoli, che dava risultati e classifiche. "Sembra di essere a New York" diceva, soddisfatta, la gente.
domenica 17 gennaio 2010
Giano Bifronte
Gli artisti del passato amavano rifinire le loro opere anche nei particolari poco visibili: così chi creò la Galleria Mazzini di Genova si premurò di mettere sul coronamento delle cupole alcune teste di Giano Bifronte che si possono scorgere solamente da determinati punti del marciapiede di via Roma, lato prefettura. Una volta capitò a un noto pasticciere di salita Santa Caterina, il signor Casati, di notare uno dei Giani e di restare colpito da quella presenza, fino ad allora insospettata. Infervorato, il re dei bigné telefonò al pittore Fieschi: "Vieni qui - gli disse - ti mostro una scultura, così mi ci fai un quadro da mettere in negozio". Fieschi andò, ammirò il Giano, poi instaurò una trattativa: "Quanto mi dai se te lo dipingo?". La risposta fu seducente: "Ti regalo una torta ogni domenica, vita natural durante". Concluso l'affare, la cosa andò avanti per anni. Una domenica Fieschi m'incontra, mi racconta la faccenda del Giano e mi dice: "Vado da Casati a ritirare la solita torta, ma oggi non sto bene di stomaco. Perché non te la prendi tu?". Feci il sacrificio, ne valeva veramente la pena. Per gratitudine, portai Fieschi a casa mia e gli mostrai uno dei Giani da vicino: dal mio terrazzo si toccava quasi con mano. Ora non abito più là, ma mi capita ugualmente di rivedere la scultura. E di ripensare, com'è ovvio, alla torta di Casati.
lunedì 11 gennaio 2010
De Nicola
Solenni celebrazioni a Napoli per i cinquant'anni dalla scomparsa di Enrico De Nicola, primo Presidente della Repubblica. Venne a Genova nel 1946 e salì fra l'altro al Santuario di San Francesco da Paola, vicino a casa mia. Il servizio d'ordine era affidato ai ragazzi del circolo cattolico, che frequentavo soprattutto per partecipare ad accanite sfide calcistiche nel chiostro del convento. Dunque arriva il grande personaggio e si accosta alla ringhiera del piazzale, dal quale si gode una vista stupenda su mezza Riviera. La gente accorre a frotte, preme sempre più forte, il nostro cordone di sicurezza si restringe, siamo in difficoltà. A un certo punto, pur resistendo alla folla con i calcagni puntati a terra, mi ritrovo ad appena mezzo metro di distanza dal panciotto presidenziale. E qui comincia una sceneggiata degna del miglior De Sica padre: De Nicola gesticola, proclama "Grazie, grazie, siete tanto cari!" ma, parlando tra i denti, mi sgrida: " Che ci stai a ffà? E spingi, mannaggia a ttè!". Continua così, alternando sommesse imprecazioni a pubbliche dichiarazioni d'affetto. Finalmente arriva a toglierci d'impaccio un robusto frate laico, un calabrese stile Rino Gattuso: a suon di gomitate apre un passaggio al piccolo corteo, che riesce a infilarsi in chiesa. Io rimango stremato su una panchina a chiedermi: "Mannaggia a chi? A me?".
martedì 5 gennaio 2010
Il segno
Per trent'anni me lo sono trovato seduto su uno scalino, di fronte al portone di casa, impegnato senza tregua a dire frasi dal senso sfuggente, quasi compiaciuto dal rimbombo, sotto le volte di Galleria Mazzini, della sua voce simile a quella di Sandro Ciotti, ma ancor più cavernosa. Ieri l'ho rivisto, fotografato e intervistato sul Decimonono: pare che sia un pittore di talento, ingrandimenti dei suoi quadretti adorneranno un nuovo rifugio per i senzatetto. Sarebbe facile ma crudele scrivere che per i poveretti le disgrazie non vengono mai sole e che gli "homeless" meriterebbero almeno Renoir. Dirò invece che questa storia degli ingrandimenti mi ha fatto venire in mente il "segno precario" scoperto da un titolato pittore genovese, Plinio Mesciulam. Dunque, dice Mesciulam che basta esaminare un qualsiasi conto di trattoria, scritto a mano, per scoprire che, almeno in un punto di quella nota, la grafìa del taverniere ha raggiunto la libertà di tratto, la scioltezza e l'espressività di una vera opera d'arte. Realizzando un ingrandimento di quel particolare, il quadro è fatto. Mesciulam espose anni fa significativi esempi di "segno precario"". Io posso essere della sua idea, aggiungendo però che, sicuramente, l'oste raggiunge il colmo dell'estasi artistica quando, dopo "vino e pappardelle al sugo", scrive la cifra del totale.
mercoledì 30 dicembre 2009
L'assessore
A Genova è andata in scena una guerricciola occulta tra l'assessore alla Cultura, il responsabile delle mostre di Palazzo Ducale e il consulente del sindaco per i grandi eventi. Persone con competenze talmente simili tra loro da rendere quasi inevitabile lo scontro, specie in presenza di un budget troppo magro per poter soddisfare le elaborazioni di troppi cervelli. Per contrasto, mi viene in mente un comune viterbese, Canino (sede delle mie lontane esperienze archeologiche) in cui si piange proprio in questi giorni la scomparsa di un assessore alla Cultura che forse avrebbe potuto insegnare qualcosa ai dirigenti genovesi. Questo pubblico amministratore, Roberto Selleri, con fondi centellinati era riuscito a trasformare un vecchio convento francescano in un museo straordinario, da togliersi il cappello. Mi sono chiesto più volte quale fosse il segreto delle realizzazioni dell'assessore, al di là della sua simpatia personale, che era enorme, e della fiducia dei suoi concittadini, che era totale. Sono arrivato a concludere che Selleri raggiungeva i suoi obiettivi perché era lui stesso un produttore di cultura: studiava, faceva ricerche, scriveva articoli e libri. Avrebbe litigato per un vecchio documento o per una scultura etrusca, mai per un budget. Così ha potuto lasciarci qualcosa di reale e d' importante, che onorerà per sempre la sua memoria.
giovedì 24 dicembre 2009
Le transenne
Sono pochi i potenti che non si fanno calamitare dalle transenne colme di popolo plaudente. Forse aumenteranno di numero dopo il fattaccio Berlusconi. Il più strano di questi "bagni di folla" capitò a Sandro Pertini quando andò a visitare la Cina nel 1980. Me ne raccontò i particolari il giornalista Pietro Ferro, al seguito del Presidente. Dunque, quando il corteo arriva nella piazza Tienanmen, il vulcanico Pertini, circondato dai dignitari, comincia a dare segni d'impazienza: "Basta cerimonie - esclama - voglio parlare con il popolo". E si dirige verso le transenne dove un folto gruppo di giovani sta applaudendo. "Tu - ordina, rivolgendosi a uno degli spettatori - fammi una domanda!". Naturalmente il cinese non capisce e cerca soccorso da un vicino, che gli sibila qualcosa, con piglio militaresco. A quel punto Ferro intuisce che gli spettatori sono finti, probabilmente poliziotti in borghese. Allora, da ligure a ligure, dice in dialetto a Pertini: "Prescidente, scià l'ammìe che quello lì o l'è un sbiro" (Presidente, guardi che quello lì è un agente). Pertini, deluso, ritorna nei ranghi. cercando una rivincita a spese di Ferro: "Lei è un maleducato - gli grida - non ci si rivolge in dialetto al Presidente!". Poi però aggiunge, scendendo di tono: "Scià nu scrive ninte, nu l'è u casu..." (Non scriva niente, non è il caso...).
venerdì 18 dicembre 2009
Il cartellino
Il presidente della Repubblica Napolitano ha esortato a continuare a cercare "qualsiasi frammento di verità" sulla strage di piazza Fontana: evidentemente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non tutto è stato accertato come si vorrebbe far credere. Ho letto, anno dopo anno, centinaia di articoli e libri sul terribile massacro, per poter scriverne a mia volta sul "Decimonono"; qualcosa, quindi, ne so. C' è un punto che considero cruciale e che le inchieste non hanno chiarito, quello delle borse di fabbricazione tedesca usate per gli attentati a Milano e a Roma. Ci sono altissime probabilità che quelle borse fossero le stesse che uno sconosciuto aveva acquistato a Padova (regno di Freda e Ventura) nella valigeria Duomo. Marca identica, meno certa la corrispondenza dei colori. C'era la possibilità di raggiungere la prova regina dell' identità: la valigeria Duomo usava infatti appendere alle borse un cartellino particolare, con indicazioni di magazzino e di prezzo. Anche gli inquirenti di Milano avevano tra le prove un cartellino da valigeria, repertato sulla scena del crimine dagli artificieri, ma quando decisero di confrontarlo con quelli di Padova, non riuscirono a ritrovarlo: disperso - dissero - nel "mare magnum" degli incartamenti. In quarant'anni si sarebbe potuto recuperare. Perché non è stato fatto?
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