venerdì 23 aprile 2010
Il duello
Un tempo (parlo dell'Ottocento) fare il giornalista significava anche dover rendere conto dei propri articoli impugnando la spada. E' celebre il duello che segnò la fine di Felice Cavallotti per mano di Ferruccio Macola: uno scontro che cambiò il destino della politica italiana togliendo dalla scena un grande e amatissimo leader della sinistra. Le sfide proseguirono, in tono minore, anche nel secolo successivo: il vecchio direttore del "Secolo XIX", Umberto Vittorio Cavassa, mi raccontava che da giovane faceva un'ora di sala d'armi al giorno, per essere pronto a scendere sul terreno in caso di controversia cavalleresca. Era un'usanza barbarica? Probabilmente sì. La buttò addirittura in ridere Edoardo Ferravilla, nel suo impagabile "Duel del sciur Panera", in cui lo sfidato diceva all'avversario: "Ma se lei continua a muoversi, come faccio a infilzarla?". Sta di fatto che il duello semplificava molto le cose. Ora che non c'è più, abbiamo assistito al grande bailamme della direzione del PDL, alimentato, a quanto pare, anche da articoli del "Giornale" e di "Libero" sulla compagna del Presidente della Camera. Un Fini dei tempi andati avrebbe mandato i padrini a Feltri o a Belpietro e tutto sarebbe finito al mattino presto dietro al convento delle Carmelitane scalze: una feritina al braccio, una riconciliazione d'obbligo. Anche la signora sarebbe stata più contenta.
sabato 17 aprile 2010
Garlasco
L'intervista di "Matrix" ad Alberto Stasi e le conseguenti dichiarazioni colpevoliste della famiglia Poggi hanno riacceso i fari sul giallo di Garlasco. Io sono da tempo convinto che la soluzione vada cercata studiando soprattutto le modalità del crimine. Per parte mia, mi sono fissato su una domanda forse mai formulata nell'inchiesta: "Perché l'assassino, uccisa Chiara, ha trascinato il corpo fino alla scala interna, dietro a una porta?". La sola risposta che ho trovato è questa: "L'assassino voleva togliere il cadavere dalla vista immediata di chi fosse entrato in casa". Nuova domanda: "Quale interesse aveva l'assassino a fare tutto ciò?". Nuova risposta: "L'ha fatto perché voleva proseguire l'agguato ai danni di una seconda vittima". Terza domanda: "Chi poteva essere questa nuova vittima designata?". Terza risposta: "Tutto fa credere che fosse Alberto Stasi, atteso nella casa ma giunto tardi, quando l'assassino, snervato dal lungo appostamento, aveva deciso di rinunciare ed era fuggito". Quarta domanda: "Perché l'omicida non ha aspettato che Chiara e Alberto fossero insieme nella casa?". Quarta risposta: "Evidentemente era solo e non voleva battersi contro due". Stando così le cose, il quesito sul movente potrebbe cambiare ed essere questo: "Perché Chiara e Alberto dovevano morire?".
domenica 11 aprile 2010
De Chirico
Grande mostra a Roma, a cura di Achille Bonito Oliva, sul rapporto tra Giorgio De Chirico e la natura. E' un tema che stava a cuore al celebre artista: me ne parlò nel 1973, quando andai a intervistarlo all'albergo Bristol di Genova. Era cordiale, ma la moglie-manager, Isabella Far, lo teneva bloccato, gli impediva quasi di aprir bocca rispondendo per lui: "Il Maestro non si occupa degli aspetti economici del suo lavoro", "Il Maestro non esprime giudizi sugli altri artisti" e via di questo passo. Riuscii a far tacere la contraerea sparando a mia volta questa domanda: "Maestro, è stato detto che i suoi quadri metafisici sono sciarade senza soluzione. E' vero?". De Chirico stuzzicò la moglie: "E adesso cosa devo rispondere, cara?"; poi si rivolse, finalmente, a me: "Guardi, sui contenuti della mia arte molto è stato inventato dai critici. Che in quei quadri ci sia un po' di mistero è indubbio, ma lo stesso mistero lo si può trovare anche nel miei quadri "fisici", dedicati alla natura, o nei ritratti. E' un'atmosfera costante nella mia opera, ma non è la sua essenza. Conta, soprattutto, fare della buona pittura. Oggi troppi disprezzano la tecnica, ma "techne", in greco, significa arte". La signora Isabella era d'accordo, tanto che, a sorpresa, mi dedicò un sorriso.
lunedì 5 aprile 2010
Pasquinate
Quando, alla fine del Settecento, si scavò il Foro Traiano a Roma, si trovarono 72 colonne smozzicate, ma nessun capitello. Combinazione volle che, proprio in quell'epoca, il Sacro Collegio fosse composto da 72 cardinali. Così, sulla statua di Pasquino, fu affissa questa quartina: "Del purpureo Senato / la vera imago è questa / settantadue colonne / e tutte senza testa". La Pasquinata mi è tornata in mente la settimana scorsa, mentre visitavo la grande fiera commerciale che si svolge alla fine dell'inverno negli stessi padiglioni del Salone Nautico genovese. Avevo uno scopo preciso, cercavo un paio di pantaloni elegantini ma a buon prezzo. Non vi dico la delusione: mi sono trovato di fronte a una marea di giacche di pelle, di fustagno, di tela, di lana: file interminabili, talvolta appese ad altezze vertiginose per attirare la gente da lontano. Niente invece per la parte inferiore del corpo, a parte dieci o dodici jeans che se ne stavano tristemente accucciati in un angolo, tanto da sembrare appena sbarcati da un gommone a Lampedusa. Che fare? Ho preso la direzione dell'uscita, ma prima ho affisso idealmente sui padiglioni una mia Pasquinata alla ligure: "A Fiera Primavera / hanno le idee un po' vaghe: / settantamila giacche / e manco un pa' de braghe".
martedì 30 marzo 2010
Il figlio
C'è un Sergio più simpatico di me: Sergio Romano, che scrive in modo pacato e attraente sul "Corriere". Rievocando un diplomatico degli anni '40, Giacomo Paulucci di Calboli, mi ha fatto tirar giù dalla libreria un volume del 1920 che ricorda un eroe della stessa famiglia, decorato con medaglia d'oro nella prima guerra mondiale. Questo Di Calboli dal nome dantesco, Fulcieri, era totalmente dedito a due ideali oggi fuori attualità, l'amor di patria e la castità prematrimoniale. Si era laureato in legge a Genova sostenendo la giustezza della tassa sul celibato ("Chi non paga in figli paghi in denaro"). Ufficiale di cavalleria, fidanzato con Alessandra, crocerossina di sangue blu, aveva chiesto il permesso di sposarsi prima di andare al fronte, ma gli era stato negato. Ferito a un ginocchio, ottenne di ritornare in trincea con una gamba rigida; un'altra pallottola gli spezzò la schiena e lo ridusse paralizzato su una carrozzella. Morì poco dopo la fine del conflitto. Durante la permanenza al fronte, aveva conosciuto una giovane contadina messa incinta dal fidanzato, che poi era partito per la guerra. Lei era ben felice di aver quella testimonianza d'amore, soprattutto in caso di non ritorno del suo caro. Una storia serena, che, tuttavia, al nobile Fulcieri era sembrata possibile solo nel ceto popolare. A lui toccò di morire vergine, rimpiangendo il figlio mai avuto.
mercoledì 24 marzo 2010
Le teste
Erano un milione! No, erano cinquantamila! No, centocinquantamila! Quante discussioni sul raduno del PDL a San Giovanni. Sembra impossibile che, in questo 2010 super tecnologico, non sia stato ancora inventato un aggeggio elettronico che conti in un attimo le teste. In attesa del nuovo strumento, basterebbe intanto attaccare una macchina fotografica alla pancia di un elicottero e poi mandare un'istantanea a un istituto di analisi cliniche, pregandolo di far contare dai suoi apparecchi, per una volta, i globuli neri invece di quelli rossi. Non possiamo restare come ai tempi in cui cercavamo d'indovinare il numero dei fagioli secchi nel bottiglione di Raffaella Carrà, ne va dell'onore del Viminale e pure di tutti i ricercatori che affollano i laboratori della Penisola. Anche con una cifra sicura in mano, però, temo che non cesserebbero le polemiche: qualcuno accuserebbe la nuova macchinetta di aver contato pure i poliziotti, i venditori di ombrelli e fazzolettini, i lavavetri e le battone in cerca di clienti. Persino ovvia la replica: e le teste coperte dalle bandiere e dagli striscioni? Quelle la macchinetta non ha potuto contarle! Conclusione, forse sarà meglio mettere dei sensori sul lastricato e contare i piedi, sottraendo quelli piatti e dividendo per due.
giovedì 18 marzo 2010
L'innamorato
Il "Corriere" ha riportato alla ribalta, con un articolo, l'armatore genovese Raffaele Rubattino, che fu al centro di due grandi momenti della vita nazionale, la spedizione del Mille e l'inizio delle avventure africane con l'acquisto della baia di Assab. Non ha parlato invece della vita privata del personaggio, caratterizzata da un amore senza confini nei riguardi di una nobildonna che si chiamava Bianca Rebizzo. Anni fa, nel boschetto del cimitero di Staglieno, fui attratto da una cappella il cui cancello era stato scassinato. Entrai e mi trovai di fronte alla rappresentazione funeraria dell'amore tra Raffaele e Bianca: lei in un sarcofago in alto, sulla parete centrale della cappella, lui in un'altra arca, sul pavimento, a sinistra, come un cagnolino sdraiato ai piedi della padrona. Sulle casse di pietra erano posati due piccoli coperchi di zinco: sollevai quello più a portata di mano e mi trovai faccia a faccia con Rubattino, o meglio, con quello che restava di lui al di là di un vetro. Sembrava che mi fissasse, poi mi resi conto che le sue occhiaie guardavano lassù, verso il sarcofago di Bianca Rebizzo. Fui tentato di non rimettere il coperchio, per non spegnere la visione all'eterno innamorato.
Iscriviti a:
Post (Atom)