martedì 22 giugno 2010
Evasione
L'equipaggio dello yacht "Force Blue" sequestrato dalla Finanza si è schierato sulla soglia del Palazzo di giustizia di Genova, reclamando il proprio posto di lavoro. Non ha ricevuto solidarietà sindacali, è prevalsa l'ostilità verso Briatore, presunto proprietario ombra dell'imbarcazione. Per fortuna un giudice ha capito le ragioni di quei marinai. Da Roma comunicano cifre colossali sull'evasione totale in Italia, sollecitando la pubblica indignazione. Io per ora non m'indigno e non lo farò fino a quando non mi daranno delle cifre un po' più ragionate e un po' più disarticolate. Secondo me gli evasori vanno divisi per categorie: ci sono coloro che si trovano di fronte all'alternativa "o pagare le tasse o provvedere alla propria famiglia"; coloro che sottraggono il dovuto al fisco, pur essendo benestanti; coloro che anche grazie all'infedeltà fiscale riescono a pagare (magari in nero e male) un certo numero di dipendenti; e via dicendo. Quando Tremonti dividerà il cratere dell'evasione totale in una serie di buchi, valuterò se scatenare la mia indignazione. Intanto, appare senz'altro giusto dare la priorità alla ricerca degli evasori nel mondo dei ricchi, i più colpevoli. Ma quanto frutterà? Credo proprio poco. La massa dell'evasione è altrove, secondo me. Tra i meno abbienti. E' un'evasione di necessità.
mercoledì 16 giugno 2010
Silvano
Sotto il regime ci fu anche una specie di antifascismo involontario, quello di Mario Panzeri, autore di canzonette che la gente collegò ai potenti del momento: così "Maramao perché sei morto" servì da epitaffio di Costanzo Ciano, "Pippo non lo sa" fu ritenuto un ritratto di Starace, "Il tamburo principal della banda d'Affori" sfiorò, addirittura, Mussolini. Proprio a quel "tamburo" è collegato un episodio che il mio caro consuocero Silvano Bardini (scomparso pochi giorni fa) ci raccontò una notte di Capodanno, mentre attendevamo insieme il botto dello spumante. Era successo nel teatro di Pontremoli, dove, dopo l'8 settembre, un gerarca proclamava che la vittoria era ancora possibile, bastava aver fede nel Duce. Su in loggione, ad ogni frase rimbombante, Silvano e i suoi coetanei intonavano: "E' il tamburo principal della banda d'Affori...". Quei giovani formarono poi un gruppo armato che tentò di attendere la fine della guerra rimanendo al paese: i pontremolesi li chiamavano, appunto, "Quelli della banda d'Affori". Le cose andarono male, Silvano sfuggì per un soffio alla fucilazione, subì mille traversie e arrivò stremato al 25 aprile. Si riprese, divenne, con gli anni, il libraio più popolare di Genova, con il suo banco di volumi d'occasione in via XII ottobre. Simpatico, scrupoloso, misurato in ogni gesto e in ogni parola, era riuscito a trasformare in virtù civile la disciplina militare che aveva scandito per anni la sua esistenza.
giovedì 10 giugno 2010
Congedi
Ai cambiamenti di costume non si sottraggono neppure i funerali. Una volta si dicevano dei requiem, ora magari ci scappa anche uno stonatissimo applauso. A Genova i fautori delle esequie civili hanno giustamente reclamato un luogo idoneo per il congedo. L'assessore ai servizi cimiteriali ha assicurato che sarà costruito "un tempio laico": come a dire che anche il laicismo è una religione. A Firenze, per festeggiare i 35 anni di "Amici miei", hanno organizzato un nuovo funerale del Perozzi, a risarcimento della squallida cerimonia che appariva nel film. Questa volta si sono presentati mille volontari vestiti di nero, accompagnati da clown e majorettes. La cerimonia, insomma, sta viaggiando sul confine tra il dramma e la farsa. Forse l'ha già superato, a giudicare da un annuncio mortuario apparso in questi giorni sul "Secolo XIX": due sorelle comunicano la dipartita della madre, indicano la data e il luogo (rivierasco) del funerale civile e concludono testualmente: "Segue rinfresco in via Garibaldi 92". Potrebbe essere un caso di scarsa dimestichezza con la lingua italiana, oppure l'esecuzione della precisa volontà di un'eccentrica signora. Non voglio pensare che si sia trattato di un tentativo di attrarre più gente alle esequie. Se, tuttavia, fosse così, per affollare il mio addio ci vorrà anche una lotteria.
venerdì 4 giugno 2010
Ombrelli
La società di navigazione MSC si lamenta perché i suoi crocieristi arrivano a Genova il lunedì e trovano tutti i negozi chiusi. E' un problema non risolvibile, in quanto troppi commercianti locali considerano la "bottega" una rendita privata e non un servizio pubblico. Quando, tanti anni fa, facevo il cronista, l'odissea delle saracinesche abbassate era terribile soprattutto a Ferragosto. Alla vigilia, il mio capo mi mandava a cercare la mosca bianca, cioè qualcuno che avrebbe tenuto aperto. Occorreva quindi passare di negozio in negozio e chiedere: "Lei chiude?". Una volta, durante il solito pellegrinaggio, passai davanti alla pellicceria Falciola, in via San Luca. Mi dissi "Qui è inutile chiedere, chi comprerebbe pellicce a Ferragosto?". Però entrai, sperando in uno spunto umoristico che ravvivasse il mio resoconto; il signor Falciola, invece, mi stupì, comunicandomi che avrebbe tenuto aperto: "Non vendo solo pellicce - spiegò - ma anche ombrelli e a Ferragosto arriva in porto il "Constitution" con i crocieristi americani. Tra i turisti Usa c'è un passaparola: quando sbarcate a Genova compratevi un ombrello, sono di qualità meravigliosa". Cosicché quando, Oltreoceano, esaltavano la gloria di Genova, non si riferivano a Colombo, ma alla "seta gloria" con cui, una volta, si facevano i paracqua.
sabato 29 maggio 2010
Heysel
Grande giornalismo l'altro lunedì in tarda serata, a "La storia siamo noi" di Minoli. E' stato mostrato un documentario sulla tragedia dell'Heysel, lo stadio di Bruxelles che vide la morte di 39 tifosi (32 italiani) schiacciati dalla folla messa in fuga dalle violenze dei supporters inglesi. Era la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, nel 1985, il 29 maggio (oggi). Nel documentario, oltre ai ricordi dei superstiti, apparivano immagini girate durante la tragedia: tanto perfette (ed atroci) da sembrare un film. Abbiamo visto i morti, la gente che agonizzava, le ondate di fuggiaschi che si salvavano calpestando i caduti. La frase più amara e più vera l'ha detta un sopravvissuto: "Mentre sentivo che mi schiacciavano, pensavo: ecco, sono venuto fino a Bruxelles a morire per una partita di calcio". Quelle parole mi hanno ricordato un altro lutto calcistico, qui a Genova: la morte di un ragazzo accoltellato al cuore da un tifoso avversario. Anche in quella povera vittima la fine incombente aveva ridimensionato i miti e portato alla ribalta ciò che era importante: mentre entrava in sala operatoria, dalla quale sarebbe uscito cadavere, il ragazzo non inneggiava alla sua squadra, non imprecava contro l'avversario; gridava, disperato, la sola cosa che ormai contava per lui: "Non voglio morire, non voglio morire...".
domenica 23 maggio 2010
Cèlebret
Tutti scatenati sulla prospettiva dell'uscita di Santoro dalle dipendenze della Rai e del suo passaggio al rango di collaboratore. La "sparata" di giovedì sera in apertura di "Anno Zero" non ha chiarito molto. Per ora si sa di sicuro che il giornalista dalle chiome cangianti è disposto a rinunciare al suo "cèlebret" e che la Rai è pronta a fargli ponti d'un oro non solo metaforico. Che cos'è il "celebret"? Ve lo spiego: quando un sacerdote si trova in una diocesi che non è la sua e deve dire Messa, chiede solitamente ospitalità in una chiesa. Lì gli viene chiesto di mostrare il "celebret", un tesserino firmato dal vescovo che attesta la sua abilitazione a celebrare i sacri riti. Se il religioso è sospeso "a divinis" non ha più il tesserino. Ora pare che Santoro si adatti a restituire il suo "celebret" televisivo, che consisteva nell'andare in onda in diretta con scalette e testi decisi da lui. Se la rinuncia avverrà, Santoro, divenendo collaboratore, dovrà prima proporre una serie di produzioni e farsi accettare gli argomenti, poi dovrà far visionare il prodotto registrato (e si sentirà dire qui va bene e qui taglia). Con questi scenari di lavoro e considerando il carattere non facile del personaggio, è quasi ovvio prevedere burrasca fin dal primo taglio. Santoro potrebbe quindi ritornare a stracciarsi le vesti. Tv e giornali non vedono l'ora.
lunedì 17 maggio 2010
Il salto
Com'è ovvio, il Presidente Napolitano legge nelle cerimonie testi preparati dal suo staff e da lui opportunamente ritoccati. In occasione di un recentissimo discorso, per polemizzare con chi sogna la secessione, ha usato un'immagine non molto fortunata, quella del "salto nel buio". Era dal 1946 che non la sentivo, la ripetevano ossessivamente i monarchici per cercare di scongiurare la nascita della Repubblica con il referendum. Quando l'ho riascoltata, ho ripensato a quei giorni lontani, alle roventi polemiche contro il ministro dell'Interno, Romita, accusato d'aver infilato nelle urne un milione di schede contrarie alla permanenza di Casa Savoia. I delusi cantavano "Chiudi gli occhi Romita" sull'aria della popolare canzone dedicata a Rosita. Lui, Romita, se ne infischiava e non badava neppure alle satire sulla sua bassa statura, che, nella città d'origine, Tortona, gli era valsa il soprannome di Romitei (Romitino). Da giovane, il futuro ministro aveva corteggiato invano una sorella di mio padre, Carolina, che poi preferì un cugino, Silvio. Chissà, se la zia avesse accettato di sposare Romitei, avrei avuto un potente protettore, avrei potuto fare carriera a Roma, entrare in politica. Invece sono rimasto qui a centellinarmi le ultime delusioni: pensate un po', non sono neppure entrato nella lista di Anemone.
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