giovedì 5 agosto 2010

L'acqua

I gruppi contrari alla privatizzazione dell'acqua potabile hanno raccolto un milione di firme di protesta. Non sanno però che, più di un secolo fa, furono proprio le società private a portare, nelle città in espansione, acqua sufficiente alle necessità. A Genova agivano l'acquedotto De Ferrari Galliera e l'acquedotto Nicolay. Il sistema era quello dello "spandente", oggi ancora in uso nel centro storico: l'acqua saliva, con pressione naturale, fino ai tetti delle case, poi discendeva, riempiendo i serbatoi degli alloggi. Il liquido in eccesso finiva nelle fognature. Si pagava "a grano", cioè in base alla larghezza del foro che collegava il tubo del caseggiato alla condotta principale. Gli acquedotti di Genova erano popolarissimi, nel bene e nel male; ci si inventavano anche delle barzellette: "Pierino, dove sbocca lo Scrivia?" "Nelle cucine di Genova, signor maestro". Una volta il celebre giornalista Gandolin, che si vantava di saper fare qualsiasi rima, fu sfidato da un amico: "Fammi una rima con tramway, ma che ci sia la ipsilon finale!". Detto, fatto, Gandolin scrisse: "E la bella donna Livia se ne andava sul tramway, come l'acqua dello Scrivia dentro a un tubo Nicolay". Il distico ebbe un tale successo che, per anni, i cronisti del Decimonono lo usarono come "incomincio" dei loro articoli dedicati all'acqua e agli acquedotti.

domenica 25 luglio 2010

La Loggia

Qualche napoletano esagitato avrà certamente dedicato a Lippi e compagni il tenebroso augurio "Puozze passà p'a Loggia" con riferimento al tragitto che compiono i funerali. D'altra parte era stato proprio l'allora fiducioso allenatore a dichiarare orgogliosamente "Stavolta non farò salire nessuno sul carro!". Non immaginava di quale carro stesse parlando. La Loggia evocata dalla maledizione era la Loggia di Genova, un pezzo di territorio concesso in affitto dal vicerè di Napoli ai mercanti genovesi per i loro traffici in franchigia. Era il 1503. Ora la loggia non esiste più, ma nella tradizione napoletana ha lasciato due tracce: una che ricorda un facchino sorridente detto "Core contento à Loggia", l'altra che perpetua un "sugo genovese" caduto nel completo oblio nella nostra città. Si trattava di un contraltare del ragù alla napoletana, dal quale si distingueva per l'esclusione assoluta del pomodoro dalla lista degli ingredienti. La base della ricetta genovese (prendete nota) era costituita da abbondantissime cipolle tagliate a velo e spezzatino di carne di manzo; occorrevano poi una carota, un'asta di sedano, uva passa, pinoli e generose dosi di vino bianco e olio extra vergine di oliva. Cottura per almeno un'ora e mezza. Il sugo ricavato serviva per la pasta, la carne assicurava il secondo. Ricordo di aver gustato quel sugo con i ravioli. Un poema.

giovedì 15 luglio 2010

Staglieno

Lo scandalo delle salme depredate dai becchini al cimitero di Staglieno sta facendo il giro del mondo oscurando la fama internazionale di una necropoli considerata un vero gioiello, artistico e architettonico. In realtà, quei marmi e quelle statue sono il paravento di un'antica noncuranza di Genova nei confronti dei morti non appartenenti alle classi elevate: ancora nell'Ottocento i deceduti non abbienti venivano portati via di notte dalle case e dagli ospedali e scaricati alla foce del Bisagno in un camerone che era stato munito d'inferriate per far sì che il mare non si portasse via resti troppo grossi dei defunti. Anche nell'opulenta Staglieno non mancavano usi del tutto sconvolgenti : nel 1900 gli inquirenti su una controverso caso di omicidio, non riuscendo a stabilire da che distanza fosse stato sparato il fatale colpo di fucile, ottennero di fare esperimenti sui corpi di tre giovani donne appena portate al seppellimento. In una sala mortuaria le tre disgraziate salme furono prese a fucilate in testa da diverse distanze e con differenti tipi di cartucce, in modo che i periti potessero prendere visione dei danni causati dai colpi e fare i loro confronti. L'opinione pubblica rimase agghiacciata e sconvolta dalla notizia, ma non furono presi particolari provvedimenti: tutto era nella norma, a parte la pietà.

lunedì 5 luglio 2010

Giuffré

Con Aldo Giuffré (scomparso l'altro giorno) ebbi un breve incontro - anzi, scontro - nel 1953, all'uscita degli artisti dietro al teatro Augustus. Si rappresentava "Attanasio cavallo vanesio" e io, studente con pochi quattrini, ero riuscito a infilarmi in sala grazie a un biglietto di favore ricevuto dal capo claque. Rascel era in perfetta forma e raccolse un sacco di applausi, tanto da rendere superfluo il mio apporto mercenario al successo; potei quindi distrarmi nella contemplazione delle ballerine e di una subrettina, di nome Giulia, assai seducente. Finita la rappresentazione, mi appostai all'uscita degli artisti per raccogliere qualche autografo. La Giulia uscì, mi firmò il tesserino da studente (lo conservo ancora) e si fermò a chiacchierare: evidentemente avevo un'aria del tutto innocua. Non la pensò così Aldo Giuffré, che non faceva parte del cast e quindi era all'Augustus come supporter (di Giulia?). Sbucando dalla porticina, notò subito lo scambio di battute tra me e la soubrette e attaccò una filippica sulle ragazze dello spettacolo che andavano protette dai male intenzionati e sul suo dovere d'intervenire. Gli dissi sorridendo: "Signor Giuffré, non sarà per caso geloso?". Mi squadrò con una severità degna di Eduardo de Filippo e sillabò: "Guaglio', sparisci!". Sparii.

lunedì 28 giugno 2010

Alimenti

Quando è scoppiato il caso delle mozzarelle blu e la Tv ha dato i nomi delle ditte coinvolte. sono andato a guardare in frigo e ho scoperto d'aver acquistato latte, formaggio, yogurt e panna di una di quelle aziende. Ho resistito alla tentazione di gettare via tutto dopo aver ricordato che i prodotti di quella marca li consumo da due anni circa e non mi hanno mai fatto male. Misteri dell'alimentazione e anche degli scandali alimentari. Mi è tornato il mente il caso storico di Braccio di Ferro, l'intrepido marinaio che, nei fumetti e nei filmetti, rinforzava i propri siderugici muscoli risucchiando con la pipa scatolette di spinaci. Si scoprì solo dopo parecchio che gli spinaci contengono in realtà limitatissime quantità di ferro, la metà di quello della rucola e un terzo del radicchio. Tutto era dipeso dall'errore di analisi compiuto da uno scienziato. Il dato reale rende meno amara la delusione che mi tormenta da anni quando entro in un supermercato e passo davanti allo scaffale degli alimenti in scatola: vedo fagioli cannellini e borlotti, cetrioli, ceci, fagiolini, piselli di tutte le taglie, ma non vedo mai scatolette di spinaci. Se Popeye si trovasse a combattere con Bluto nell'immensità di un supermarket non avrebbe alcuna possibilità di doparsi come al solito, a meno di ricorrere ai surgelati. Il perché è un vero enigma.

martedì 22 giugno 2010

Evasione

L'equipaggio dello yacht "Force Blue" sequestrato dalla Finanza si è schierato sulla soglia del Palazzo di giustizia di Genova, reclamando il proprio posto di lavoro. Non ha ricevuto solidarietà sindacali, è prevalsa l'ostilità verso Briatore, presunto proprietario ombra dell'imbarcazione. Per fortuna un giudice ha capito le ragioni di quei marinai. Da Roma comunicano cifre colossali sull'evasione totale in Italia, sollecitando la pubblica indignazione. Io per ora non m'indigno e non lo farò fino a quando non mi daranno delle cifre un po' più ragionate e un po' più disarticolate. Secondo me gli evasori vanno divisi per categorie: ci sono coloro che si trovano di fronte all'alternativa "o pagare le tasse o provvedere alla propria famiglia"; coloro che sottraggono il dovuto al fisco, pur essendo benestanti; coloro che anche grazie all'infedeltà fiscale riescono a pagare (magari in nero e male) un certo numero di dipendenti; e via dicendo. Quando Tremonti dividerà il cratere dell'evasione totale in una serie di buchi, valuterò se scatenare la mia indignazione. Intanto, appare senz'altro giusto dare la priorità alla ricerca degli evasori nel mondo dei ricchi, i più colpevoli. Ma quanto frutterà? Credo proprio poco. La massa dell'evasione è altrove, secondo me. Tra i meno abbienti. E' un'evasione di necessità.

mercoledì 16 giugno 2010

Silvano

Sotto il regime ci fu anche una specie di antifascismo involontario, quello di Mario Panzeri, autore di canzonette che la gente collegò ai potenti del momento: così "Maramao perché sei morto" servì da epitaffio di Costanzo Ciano, "Pippo non lo sa" fu ritenuto un ritratto di Starace, "Il tamburo principal della banda d'Affori" sfiorò, addirittura, Mussolini. Proprio a quel "tamburo" è collegato un episodio che il mio caro consuocero Silvano Bardini (scomparso pochi giorni fa) ci raccontò una notte di Capodanno, mentre attendevamo insieme il botto dello spumante. Era successo nel teatro di Pontremoli, dove, dopo l'8 settembre, un gerarca proclamava che la vittoria era ancora possibile, bastava aver fede nel Duce. Su in loggione, ad ogni frase rimbombante, Silvano e i suoi coetanei intonavano: "E' il tamburo principal della banda d'Affori...". Quei giovani formarono poi un gruppo armato che tentò di attendere la fine della guerra rimanendo al paese: i pontremolesi li chiamavano, appunto, "Quelli della banda d'Affori". Le cose andarono male, Silvano sfuggì per un soffio alla fucilazione, subì mille traversie e arrivò stremato al 25 aprile. Si riprese, divenne, con gli anni, il libraio più popolare di Genova, con il suo banco di volumi d'occasione in via XII ottobre. Simpatico, scrupoloso, misurato in ogni gesto e in ogni parola, era riuscito a trasformare in virtù civile la disciplina militare che aveva scandito per anni la sua esistenza.