sabato 21 agosto 2010

Cossiga

Cossiga è ancora tra noi? Quando mi sono messo a scrivere (male) di lui è andata via la luce e il computer ne ha fatte di tutti i colori. Ora ricomincio. Con Cossiga avevo un conto aperto dai tempi del rapimento di Aldo Moro, non so se ora devo considerarlo chiuso. Ero andato, rischiando la pelle, a recuperare il biglietto d'un sedicente brigatista pentito che affermava di essere disposto a rivelare dove fosse il prigioniero. A Cossiga, ministro dell'Interno, bastarono pochi minuti per esaminare il messaggio, dichiararlo inattendibile e ordinare l'interruzione di ogni contatto. Morto Moro, Cossiga si pentì d'aver sposato il partito della fermezza, si dimise e andò a inginocchiarsi al cimitero di Turrita Tiberina. Fin qui meritava il mio rispetto; se lo giocò ritornando alla grande in politica e accettando la candidatura alla Presidenza della Repubblica sostenuta da coloro che l'avevano indotto a non trattare per la vita dello statista democristiano. Di lui mi piacque una sola cosa: quando uscì dal Quirinale sbattendo la porta, fece suonare dalla banda l'antico Inno Sardo, che non sentivo (e cantavo) dai tempi delle scuole elementari: dice "Conservet Deus su Re, salvet su Regnu Sardo..". Iddio conservi il Re e salvi il Regno di Sardegna. Un bello scherzo, messo a segno nel santuario della Repubblica.

domenica 15 agosto 2010

Le voci

Da quando si è affermato il concetto che la Tv sia uno strumento di comunicazione da guardare più che da ascoltare, si pone poca attenzione alla qualità della voce di chi appare sul teleschermo. Non ci sono pronipoti di Paladini, speaker anni Cinquanta, gradevole e chiarissimo (mentre parlava, guardava sempre l'angolo a sinistra in alto del televisore) . Eppure una voce gradevole ha una grande importanza, non solo in Tv; è passata alla storia la frase di Berlusconi a proposito della candidatura di Rosa Russo Jervolino alla Presidenza della Repubblica: "Anche l'orecchio vuole la sua parte". C'è peraltro chi ha avuto successo nonostante l'audio: nessuno avrebbe mai immaginato che Marta Vincenzi, con quella voce da brava bambina, diventasse sindaco di Genova. Per quanto riguarda i miei gusti in fatto di ascolto Tv, ho preso come una iattura la nomina di Bianca Berlinguer a direttore del Tg3: la preferivo a leggere le notizie, con la sua bella tonalità medio bassa. Se poi passo alle pagelle con voti non incoraggianti, devo ricordare il birignao di Rosanna Cancellieri, l'enfasi di Gad Lerner alle prese con una ragguardevole chiostra di denti, la perenne agitazione di Salvatore Bagni, la vuvuzela di La Russa, le tonalità acute di Ilaria D'Amico. Sì, lo so, parlo io che ho la erre moscia. Però non vado in Tv.

giovedì 5 agosto 2010

L'acqua

I gruppi contrari alla privatizzazione dell'acqua potabile hanno raccolto un milione di firme di protesta. Non sanno però che, più di un secolo fa, furono proprio le società private a portare, nelle città in espansione, acqua sufficiente alle necessità. A Genova agivano l'acquedotto De Ferrari Galliera e l'acquedotto Nicolay. Il sistema era quello dello "spandente", oggi ancora in uso nel centro storico: l'acqua saliva, con pressione naturale, fino ai tetti delle case, poi discendeva, riempiendo i serbatoi degli alloggi. Il liquido in eccesso finiva nelle fognature. Si pagava "a grano", cioè in base alla larghezza del foro che collegava il tubo del caseggiato alla condotta principale. Gli acquedotti di Genova erano popolarissimi, nel bene e nel male; ci si inventavano anche delle barzellette: "Pierino, dove sbocca lo Scrivia?" "Nelle cucine di Genova, signor maestro". Una volta il celebre giornalista Gandolin, che si vantava di saper fare qualsiasi rima, fu sfidato da un amico: "Fammi una rima con tramway, ma che ci sia la ipsilon finale!". Detto, fatto, Gandolin scrisse: "E la bella donna Livia se ne andava sul tramway, come l'acqua dello Scrivia dentro a un tubo Nicolay". Il distico ebbe un tale successo che, per anni, i cronisti del Decimonono lo usarono come "incomincio" dei loro articoli dedicati all'acqua e agli acquedotti.

domenica 25 luglio 2010

La Loggia

Qualche napoletano esagitato avrà certamente dedicato a Lippi e compagni il tenebroso augurio "Puozze passà p'a Loggia" con riferimento al tragitto che compiono i funerali. D'altra parte era stato proprio l'allora fiducioso allenatore a dichiarare orgogliosamente "Stavolta non farò salire nessuno sul carro!". Non immaginava di quale carro stesse parlando. La Loggia evocata dalla maledizione era la Loggia di Genova, un pezzo di territorio concesso in affitto dal vicerè di Napoli ai mercanti genovesi per i loro traffici in franchigia. Era il 1503. Ora la loggia non esiste più, ma nella tradizione napoletana ha lasciato due tracce: una che ricorda un facchino sorridente detto "Core contento à Loggia", l'altra che perpetua un "sugo genovese" caduto nel completo oblio nella nostra città. Si trattava di un contraltare del ragù alla napoletana, dal quale si distingueva per l'esclusione assoluta del pomodoro dalla lista degli ingredienti. La base della ricetta genovese (prendete nota) era costituita da abbondantissime cipolle tagliate a velo e spezzatino di carne di manzo; occorrevano poi una carota, un'asta di sedano, uva passa, pinoli e generose dosi di vino bianco e olio extra vergine di oliva. Cottura per almeno un'ora e mezza. Il sugo ricavato serviva per la pasta, la carne assicurava il secondo. Ricordo di aver gustato quel sugo con i ravioli. Un poema.

giovedì 15 luglio 2010

Staglieno

Lo scandalo delle salme depredate dai becchini al cimitero di Staglieno sta facendo il giro del mondo oscurando la fama internazionale di una necropoli considerata un vero gioiello, artistico e architettonico. In realtà, quei marmi e quelle statue sono il paravento di un'antica noncuranza di Genova nei confronti dei morti non appartenenti alle classi elevate: ancora nell'Ottocento i deceduti non abbienti venivano portati via di notte dalle case e dagli ospedali e scaricati alla foce del Bisagno in un camerone che era stato munito d'inferriate per far sì che il mare non si portasse via resti troppo grossi dei defunti. Anche nell'opulenta Staglieno non mancavano usi del tutto sconvolgenti : nel 1900 gli inquirenti su una controverso caso di omicidio, non riuscendo a stabilire da che distanza fosse stato sparato il fatale colpo di fucile, ottennero di fare esperimenti sui corpi di tre giovani donne appena portate al seppellimento. In una sala mortuaria le tre disgraziate salme furono prese a fucilate in testa da diverse distanze e con differenti tipi di cartucce, in modo che i periti potessero prendere visione dei danni causati dai colpi e fare i loro confronti. L'opinione pubblica rimase agghiacciata e sconvolta dalla notizia, ma non furono presi particolari provvedimenti: tutto era nella norma, a parte la pietà.

lunedì 5 luglio 2010

Giuffré

Con Aldo Giuffré (scomparso l'altro giorno) ebbi un breve incontro - anzi, scontro - nel 1953, all'uscita degli artisti dietro al teatro Augustus. Si rappresentava "Attanasio cavallo vanesio" e io, studente con pochi quattrini, ero riuscito a infilarmi in sala grazie a un biglietto di favore ricevuto dal capo claque. Rascel era in perfetta forma e raccolse un sacco di applausi, tanto da rendere superfluo il mio apporto mercenario al successo; potei quindi distrarmi nella contemplazione delle ballerine e di una subrettina, di nome Giulia, assai seducente. Finita la rappresentazione, mi appostai all'uscita degli artisti per raccogliere qualche autografo. La Giulia uscì, mi firmò il tesserino da studente (lo conservo ancora) e si fermò a chiacchierare: evidentemente avevo un'aria del tutto innocua. Non la pensò così Aldo Giuffré, che non faceva parte del cast e quindi era all'Augustus come supporter (di Giulia?). Sbucando dalla porticina, notò subito lo scambio di battute tra me e la soubrette e attaccò una filippica sulle ragazze dello spettacolo che andavano protette dai male intenzionati e sul suo dovere d'intervenire. Gli dissi sorridendo: "Signor Giuffré, non sarà per caso geloso?". Mi squadrò con una severità degna di Eduardo de Filippo e sillabò: "Guaglio', sparisci!". Sparii.

lunedì 28 giugno 2010

Alimenti

Quando è scoppiato il caso delle mozzarelle blu e la Tv ha dato i nomi delle ditte coinvolte. sono andato a guardare in frigo e ho scoperto d'aver acquistato latte, formaggio, yogurt e panna di una di quelle aziende. Ho resistito alla tentazione di gettare via tutto dopo aver ricordato che i prodotti di quella marca li consumo da due anni circa e non mi hanno mai fatto male. Misteri dell'alimentazione e anche degli scandali alimentari. Mi è tornato il mente il caso storico di Braccio di Ferro, l'intrepido marinaio che, nei fumetti e nei filmetti, rinforzava i propri siderugici muscoli risucchiando con la pipa scatolette di spinaci. Si scoprì solo dopo parecchio che gli spinaci contengono in realtà limitatissime quantità di ferro, la metà di quello della rucola e un terzo del radicchio. Tutto era dipeso dall'errore di analisi compiuto da uno scienziato. Il dato reale rende meno amara la delusione che mi tormenta da anni quando entro in un supermercato e passo davanti allo scaffale degli alimenti in scatola: vedo fagioli cannellini e borlotti, cetrioli, ceci, fagiolini, piselli di tutte le taglie, ma non vedo mai scatolette di spinaci. Se Popeye si trovasse a combattere con Bluto nell'immensità di un supermarket non avrebbe alcuna possibilità di doparsi come al solito, a meno di ricorrere ai surgelati. Il perché è un vero enigma.