venerdì 17 settembre 2010
Megli
Megli è una frazioncina di Recco, a mezza collina, con vista sul mare; una frazione così piccola che gli abitanti non sono mai stati censiti. Case modeste, tanti fiori, vegetazione curatissima. Vi si rifugiò per anni il più noto pittore genovese, Oscar Saccorotti, appassionato cultore della natura. A Megli abitava anche un conosciutissimo oncologo dell'ospedale Galliera, Luigi Gallo, ormai pensionato. Io lo conobbi una trentina d'anni fa, quando aprì il primo ambulatorio per la cura chimica del cancro, fino ad allora affrontato soprattutto con la radiologia. All'inizio, l'ambulatorio era un posto tragico, una specie di scantinato dove, lungo le pareti, si allineavano persone in muta attesa, due volte al mese, di una siringa di liquidi ignoti, accompagnata da una parola d'incoraggiamento. Gallo lavorava per molte ore al giorno in quell'ambiente da incubo senza dare segni di cedimento. Quando raggiunse l'età delle pensione, il ritiro di Megli dovette sembrargli l'ingresso in un Eden offerto in premio alla sua vita meritoria. L'altro giorno pioveva forte, una grondaia della casa si era intasata e il dottor Gallo è andato a ripulirla, ma è caduto dal tetto ed è morto. I genovesi gli hanno dato l'addio con una pagina di necrologi. Che destino, vivere per tanto tempo in un inferno per poi morire dopo aver messo piede in un piccolo paradiso terrestre.
sabato 11 settembre 2010
Passerelle
La trasmissione Tv "Da-da-da" ha riportato in vita la passerella delle vecchie riviste musicali; non quella, sciamannata, di Alberto Sordi e di "Andò vai se la banana nun ce l'hai...", ma quella vera, opulenta, signorile del grande teatro d'intrattenimento leggero. Quella di Wanda Osiris, tanto per intenderci. La Wanda era la delizia della claque dell'Augustus, di cui facevo parte: si fermava nel nostro angolo di passerella e ci salutava uno per uno, dandoci la mano; le piaceva recitare la parte della soubrette assediata dagli spettatori. Una volta, però, ci toccò il rovescio delle medaglia. In una rivista c'era una ballerina, Kiki Urbani, che veniva dalla danza classica; si esibiva da solista seguendo la musica di una canzone della quale ricordo solamente il primo verso: "Non so perché ma quando il cielo è rosso...". Era una ballerina piccola e robusta e la sua interpretazione risultava molto "carnale". La salutammo con entusiasmo quando, nel gran finale, le toccò la sfilata in passerella. Date le sue origini artistiche, per lei era un'assoluta novità. Sta di fatto che, invece di ringraziare, come le sue colleghe, con sorrisi e inchini, interruppe di colpo la ritmica camminata e strofinando pollici ed indici ci chiese ad alta voce: "Ma siete pagati?". Peccato, accadde proprio quella volta che eravamo assolutamente sinceri e anche un po' arrapati.
domenica 5 settembre 2010
Sabelli
Una volta il "Decimonono", giornale risparmioso, decise di fare una follia e assunse un inviato di lusso, Claudio Sabelli Fioretti. Il "big" arrivò e s'infilò in ufficio senza venire in redazione a presentarsi. Almeno, con me non lo fece. Ci rimasi male, ma il caso mi offrì una rivincita. Circa un mese dopo mi passarono una telefonata: "Sono la commessa di un negozio di via San Vincenzo, c'è qui un cliente che vorrebbe pagare con un assegno. Si chiama Sabelli, dice di essere un giornalista del "Secolo". Me lo può confermare?". Sogghignando risposi: "Guardi, io sono al Decimonono da vent'anni, ma questo Sabelli non lo conosco. Se fossi in lei non mi fiderei. Comunque attenda che m'informo". Posai il microfono sul tavolo e aspettai un minuto, immaginando lo sconcerto della commessa e l'imbarazzo crescente del collega. Poi passai la telefonata al capo redattore che schizzò in piedi: "Come? Ma cosa dice! Certo che lo conosciamo, è una persona affidabilissima!". Gustata la vendetta, incassai impavido gli epiteti irriferibili del capo. Mi pentii dello scherzo solo molti anni dopo, quando scoprii, guardando un servizio in Tv, che Sabelli era nato nella mia provincia di elezione, Viterbo, e amava moltissimo Vulci, la città etrusca che avevo rimesso in luce nei miei anni giovanili dedicati all'archeologia. Quasi un fratello sconosciuto, insomma.
martedì 31 agosto 2010
Le colombe
Sul Decimonono, in occasione di un nuovo trasloco dei DS, è stata ricordata la sede storica del PCI genovese, un palazzotto in salita san Leonardo acquistato dal partito nel 1953 e rivenduto pochi anni fa, quando la burocrazia politica "dimagrì". Per anni e anni l'indirizzo era stato sinonimo della dirigenza comunista, i politologi scrivevano: "In salita San Leonardo si dice...". Al momento dell'acquisto dell'edificio è legato un aneddoto che mi raccontò il pittore Aldo Bosco. Il palazzo, distrutto dai bombardamenti, era stato ricostruito dopo la guerra e a Bosco era toccato l'incarico di abbellire le facciate con affreschi. L'artista aveva scelto di rappresentare proprio la ricostruzione post bellica, con muratori al lavoro sulle impalcature e colombe bianche posate accanto ai loro piedi. In quel periodo furoreggiava la "colomba della pace" di Picasso, molto cara ai comunisti; per questo al proprietario dell'edificio, un democristiano di lungo corso, le raffigurazioni di Bosco non andavano giù: "Ma quelle colombe - gli ripeteva - ce le doveva proprio mettere?". Un giorno però disse: "Sa, caro Bosco? In fondo quelle colombe sono belle, ci stanno bene...": aveva appena venduto il palazzo al PCI. Ora il partito se n'è andato, ma le colombe affrescate sono ancora lì, piccola immagine del "come eravamo".
mercoledì 25 agosto 2010
Il telefono
La nazionale di calcio ai Mondiali ha fatto (inutilmente) ricorso alla "stanza del pensiero"per guarire i suoi mali studiando alla moviola i punti deboli degli avversari. Quel tipo di "Think room" faceva parte del mio mondo quotidiano quando il Decimonono era ancora nel palazzo di De Ferrari. Vi lavoravano i redattori più autorevoli del giornale. Il silenzio regnava sovrano, rotto solamente dallo squillo del telefono, che era collocato sulla scrivania di Nelio Ferrando. Il collega polemizzava ogni giorno, facendo notare che il fatto d'aver il telefono a portata di mano non lo retrocedeva a centralinista di tutti i redattori della stanza: era quindi giusto che anche gli altri andassero a rispondere a turno. Io ero riuscito a conquistare una scrivania nella "Think room" facendo una scambio di ruoli con Beppe Borselli, un brillante toscanaccio che aveva fra l'altro il merito di essere stato un pioniere della critica televisiva. Insediato, incassai occhiate di disapprovazione quando mi misi a scrivere a macchina, turbando il silenzioso scorrere delle biro dei colleghi. Cercando di recuperare posizioni, ebbi un colpo di genio: cominciai ad alzarmi sistematicamente per rispondere ad ogni squillo del telefono. Da quel momento fui cooptato nel gruppo: avevo, è vero, portato il rumore nella "stanza del pensiero", ma vi avevo anche realizzato la "pax telefonica".
sabato 21 agosto 2010
Cossiga
Cossiga è ancora tra noi? Quando mi sono messo a scrivere (male) di lui è andata via la luce e il computer ne ha fatte di tutti i colori. Ora ricomincio. Con Cossiga avevo un conto aperto dai tempi del rapimento di Aldo Moro, non so se ora devo considerarlo chiuso. Ero andato, rischiando la pelle, a recuperare il biglietto d'un sedicente brigatista pentito che affermava di essere disposto a rivelare dove fosse il prigioniero. A Cossiga, ministro dell'Interno, bastarono pochi minuti per esaminare il messaggio, dichiararlo inattendibile e ordinare l'interruzione di ogni contatto. Morto Moro, Cossiga si pentì d'aver sposato il partito della fermezza, si dimise e andò a inginocchiarsi al cimitero di Turrita Tiberina. Fin qui meritava il mio rispetto; se lo giocò ritornando alla grande in politica e accettando la candidatura alla Presidenza della Repubblica sostenuta da coloro che l'avevano indotto a non trattare per la vita dello statista democristiano. Di lui mi piacque una sola cosa: quando uscì dal Quirinale sbattendo la porta, fece suonare dalla banda l'antico Inno Sardo, che non sentivo (e cantavo) dai tempi delle scuole elementari: dice "Conservet Deus su Re, salvet su Regnu Sardo..". Iddio conservi il Re e salvi il Regno di Sardegna. Un bello scherzo, messo a segno nel santuario della Repubblica.
domenica 15 agosto 2010
Le voci
Da quando si è affermato il concetto che la Tv sia uno strumento di comunicazione da guardare più che da ascoltare, si pone poca attenzione alla qualità della voce di chi appare sul teleschermo. Non ci sono pronipoti di Paladini, speaker anni Cinquanta, gradevole e chiarissimo (mentre parlava, guardava sempre l'angolo a sinistra in alto del televisore) . Eppure una voce gradevole ha una grande importanza, non solo in Tv; è passata alla storia la frase di Berlusconi a proposito della candidatura di Rosa Russo Jervolino alla Presidenza della Repubblica: "Anche l'orecchio vuole la sua parte". C'è peraltro chi ha avuto successo nonostante l'audio: nessuno avrebbe mai immaginato che Marta Vincenzi, con quella voce da brava bambina, diventasse sindaco di Genova. Per quanto riguarda i miei gusti in fatto di ascolto Tv, ho preso come una iattura la nomina di Bianca Berlinguer a direttore del Tg3: la preferivo a leggere le notizie, con la sua bella tonalità medio bassa. Se poi passo alle pagelle con voti non incoraggianti, devo ricordare il birignao di Rosanna Cancellieri, l'enfasi di Gad Lerner alle prese con una ragguardevole chiostra di denti, la perenne agitazione di Salvatore Bagni, la vuvuzela di La Russa, le tonalità acute di Ilaria D'Amico. Sì, lo so, parlo io che ho la erre moscia. Però non vado in Tv.
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