domenica 17 ottobre 2010
Psichiatria
A Silvano d'Orba, paese dove oltre trent'anni fa possedevo una casa da villeggiatura, un giovane uomo ha strangolato la moglie, poi è andato a prendere un caffé e infine si è costituito dicendo "Non so perché l'ho fatto". Guardando sul giornale le foto della strada del delitto, mi è sembrato di riconoscere un doppio cancello dietro al quale abitava, ai miei tempi, uno strano personaggio che la gente schivava se poteva. Reduce da un lunghissimo soggiorno in manicomio ( allora si chiamava ancora così) l'omino in questione era stato rispedito al paese munito di un certificato di sanità mentale da esibire al sindaco. Riammesso "ope legis" a circolare per Silvano, l'eccentrico personaggio trascorreva il suo tempo fermando in strada i compaesani e formulando questa imperativa domanda: "Tu ce l'hai il certificato di sanità mentale?". Alla risposta negativa l'ex alienato replicava trionfante: "Ecco, lo vedi, se non ce l'hai vuol dire che sei pazzo. Sei pericoloso, fatti ricoverare!". Tutta questa messa in scena, che si rinnovava quotidianamente, era stata riassunta dalla saggezza popolare in un soprannome: "il sano di mente". E' del tutto possibile che un giorno anche l'uxoricida di Silvano ritorni al paese esibendo un certificato di sanità mentale. Sempre che la rivoluzione di Basaglia non abbia abolito questo tipo di attestato.
lunedì 11 ottobre 2010
La Julia
Ci sono nomi che ti colpiscono alla bocca dello stomaco e ti riportano a dolori antichi. Così è stato per me quando ho sentito citare in televisione la divisione Julia, il corpo al quale appartenevano i quattro alpini uccisi in Afghanistan. Era della Julia anche Riccardo Pessagno, mio vicino di casa a Chiavari ai tempi della seconda guerra mondiale. Eravamo amici con Riccardo, anche se lui aveva una decina d'anni più di me. Come tutti gli studenti universitari chiamati alle armi aveva ricevuto la nomina a sottotenente di complemento. Lo vidi in divisa, con il cappello da alpino, pochi giorni prima che partisse per la Russia, nel 1942. Mi strizzò l'occhio come al solito, era il suo modo di salutarmi. Non lo rividi più. Sapemmo poi che era caduto a Nikolajewka, nella famosa battaglia del sottopassaggio ferroviario, insieme a migliaia di altri soldati italiani in ritirata. I superstiti raccontarono che l'accerchiamento totale di 40mila alpini, realizzato dalle armate sovietiche, era stato rotto con un'epica carica a piedi guidata, a costo della vita, dal generale Reverberi. Molti anni dopo, passando da Arzeno, un piccolo paese dell'entroterra chiavarese, entrai nel cimitero e vi trovai una tomba con il nome del mio amico. Era una tomba vuota, che la madre di Riccardo aveva fatto costruire per sentirsi meno sola nel loculo accanto.
martedì 5 ottobre 2010
Cisnetto
L'altra sera, in Tv, ho rivisto Enrico Cisnetto: elegante, disinvolto, spiritoso, distillava con nonchalance giudizi e previsioni. Adesso ha 55 anni ed è uno dei giornalisti italiani più in vista nel settore dell'economia. D'estate organizza, con la moglie, i famosi convegni di "Cortina incontra", che hanno finora mobilitato seicentomila spettatori. E' stato direttore di parecchie testate, ha fatto messe di premi ed è tanto potente ed autonomo da non aver bisogno di uno stipendio mensile: la sua nota autobiografica lo definisce "editorialista economico ed opinion leader". Nientemeno. Se non l'avessi riconosciuto sul video, avrei pensato a un caso di omonimia: il Cisnetto che ricordavo io era un giovanotto un po' spelacchiato e abbastanza imbranato che circa trent'anni fa faceva i primi passi nella redazione economica del "Secolo XIX". Non aveva affatto propensione per le pubbliche relazioni, almeno con i colleghi: respingeva, arruffandosi come un riccio, gli approcci che toccavano ad ogni neofita, a metà tra un nonnismo all'acqua di rose e un tentativo d'instaurare rapporti camerateschi. Neppure l'invadenza di Nino Cavassa, impenitente strizzatore d'attributi, riusciva a farlo uscire dal suo brontolìo: "Non ho tempo per voi - diceva - io ho una meta da raggiungere". Che stesse già pensando a Cortina d'Ampezzo?.
mercoledì 29 settembre 2010
La regina
Vidi l'ultima regina d'Italia, Maria José, all'incirca nel 1987, in via Garibaldi, proprio davanti alla sede del Comune di Genova. La sua fisionomia era inconfondibile, anche se non aveva scorta né compagnia. In piedi, accanto a un'auto qualsiasi, vestiva modestamente e portava scarpe da tennis. L'autista si appoggiava a un parafango, in attesa di ordini. Mi bloccai di colpo e indicai la regina al mio compagno di passeggiata, Arnaldo Ponte. Forse la dignitosa signora avrebbe gradito un baciamano, ma noi, intimiditi, optammo, da rispettosa distanza, per un mezzo inchino che la regina ricambiò con un cenno del capo. Era emozionante vederla di persona, dopo aver trovato tante volte il suo volto sui rotocalchi tipo "Oggi", che vivevano del "gossip" di casa reale. Da topo di biblioteca, avevo in mente anche altre immagini, ben più vecchie, di Maria José a Genova; una soprattutto, scattata quando, vestita da crocerossina, era venuta a far visita ai feriti d'un bombardamento. Allora aveva intorno tutte le autorità cittadine, ora la gente che passava in via Garibaldi non la riconosceva e nessuno si preoccupava di farle gli onori di casa. Scoprimmo poi, dai giornali, che l'illustre ospite si era recata a Palazzo Tursi per salutare il sindaco. Il primo cittadino, però, se l'era data a gambe, lasciando al suo vice il compito di cavarsi d'impaccio.
giovedì 23 settembre 2010
Marcinkus
Raccontavo l'altro giorno al mio amico Mimmo un singolare incontro con Marcinkus, il chiacchierato monsignore che fu responsabile dello IOR, l'istituto bancario vaticano. Stamani apro il giornale e vedo che lo IOR, già inquisito anni fa, è di nuovo nella bufera. Quindi la mia storiella ritorna d'attualità e la ri-racconto. Capitai nel 1987 a Roma per vedere una mostra di affreschi antichi a due passi da San Pietro. Mi fermai in un bar lì vicino e mi trovai, al banco, accanto a due prelati. A un certo punto, uno dei due trasse dall'abito talare una matita a scatto, la usò per un appunto e la rimise in tasca; sbagliò tuttavia mira e la matita cadde senza far rumore sul pavimento cosparso di segatura. L'adocchiai e vidi che si trattava di una di quelle matite laccate di solito esposte nelle cartolerie di lusso. Cose che costano 'na cifra, come dicono a Roma. Fui tentato di attendere l'uscita dei prelati per far fuori il prezioso oggetto. Poi mi dissi: "Vergognati, non vorrai rubare a un ministro di Dio, proprio qui in Vaticano...". Così raccolsi la matita e dissi al prelato: "Scusi, le è caduta questa". Il reverendo mi ringraziò. Solo a quel punto lo guardai in viso e riconobbi la ben nota fisionomia di monsignor Marcinkus. Diavolo, avevo perduto l'occasione di ricambiare minimamente una delle tante fregature che lui aveva inflitto con la sua banca.
venerdì 17 settembre 2010
Megli
Megli è una frazioncina di Recco, a mezza collina, con vista sul mare; una frazione così piccola che gli abitanti non sono mai stati censiti. Case modeste, tanti fiori, vegetazione curatissima. Vi si rifugiò per anni il più noto pittore genovese, Oscar Saccorotti, appassionato cultore della natura. A Megli abitava anche un conosciutissimo oncologo dell'ospedale Galliera, Luigi Gallo, ormai pensionato. Io lo conobbi una trentina d'anni fa, quando aprì il primo ambulatorio per la cura chimica del cancro, fino ad allora affrontato soprattutto con la radiologia. All'inizio, l'ambulatorio era un posto tragico, una specie di scantinato dove, lungo le pareti, si allineavano persone in muta attesa, due volte al mese, di una siringa di liquidi ignoti, accompagnata da una parola d'incoraggiamento. Gallo lavorava per molte ore al giorno in quell'ambiente da incubo senza dare segni di cedimento. Quando raggiunse l'età delle pensione, il ritiro di Megli dovette sembrargli l'ingresso in un Eden offerto in premio alla sua vita meritoria. L'altro giorno pioveva forte, una grondaia della casa si era intasata e il dottor Gallo è andato a ripulirla, ma è caduto dal tetto ed è morto. I genovesi gli hanno dato l'addio con una pagina di necrologi. Che destino, vivere per tanto tempo in un inferno per poi morire dopo aver messo piede in un piccolo paradiso terrestre.
sabato 11 settembre 2010
Passerelle
La trasmissione Tv "Da-da-da" ha riportato in vita la passerella delle vecchie riviste musicali; non quella, sciamannata, di Alberto Sordi e di "Andò vai se la banana nun ce l'hai...", ma quella vera, opulenta, signorile del grande teatro d'intrattenimento leggero. Quella di Wanda Osiris, tanto per intenderci. La Wanda era la delizia della claque dell'Augustus, di cui facevo parte: si fermava nel nostro angolo di passerella e ci salutava uno per uno, dandoci la mano; le piaceva recitare la parte della soubrette assediata dagli spettatori. Una volta, però, ci toccò il rovescio delle medaglia. In una rivista c'era una ballerina, Kiki Urbani, che veniva dalla danza classica; si esibiva da solista seguendo la musica di una canzone della quale ricordo solamente il primo verso: "Non so perché ma quando il cielo è rosso...". Era una ballerina piccola e robusta e la sua interpretazione risultava molto "carnale". La salutammo con entusiasmo quando, nel gran finale, le toccò la sfilata in passerella. Date le sue origini artistiche, per lei era un'assoluta novità. Sta di fatto che, invece di ringraziare, come le sue colleghe, con sorrisi e inchini, interruppe di colpo la ritmica camminata e strofinando pollici ed indici ci chiese ad alta voce: "Ma siete pagati?". Peccato, accadde proprio quella volta che eravamo assolutamente sinceri e anche un po' arrapati.
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