sabato 9 luglio 2011
Pagamenti
Stavo chiudendo le valigie: nell'ultimo controllo alla cassetta della posta ho trovato la bolletta della spazzatura, spedita dall'Amiu. Non mi sono meravigliato della poca tempestività dell'invio, anche lo scorso anno mi era capitato di ricevere la stessa tassa in pieno tempo di ferie. Stavolta, per la verità, c'è una variante: l'anno scorso per pagare la prima rata c'era tempo fino al 29 settembre, quest'anno la scadenza è al 25 luglio. L'Amiu pensa, evidentemente, che gli italiani abbiano inventato un nuovo modo di trascorrere le vacanze: stare a casa ad attendere i bollettini postali per poterli pagare senza mora. Dopo le giaculatorie di rito ho guardato l'elenco dei punti nei quali si poteva pagare la bolletta: una lunga serie di filiali di banche, ma nessun accenno ai tabaccai abilitati a sbrigare i bollettini prestampati. Ho fatto comunque un tentativo, ma il tabaccaio vicino a casa mi ha detto scuotendo la testa:"Sì, potrei pagarlo, ma oggi ho esaurito la quantità di bollettini consentita. Mi dispiace". Ecco un'altra grande trovata: aiutiamo gli italiani a non fare code estenuanti, ma solo fino a un certo punto, altrimenti le code spariscono. Comunque, ho scoperto un altro tabaccaio meno frequentato: me la sono sbrigata in due minuti. All'anno prossimo e ad altre avventure da contribuente per la "rumenta".
domenica 3 luglio 2011
Bozano
Il tribunale ha respinto la richiesta di semilibertà avanzata da Lorenzo Bozano, che sta scontando l'ergastolo per l'uccisione di Milena Sutter, tredicenne figlia d'un industriale genovese. Il delitto avvenne nel 1971, Bozano è in carcere dal 1980, dopo essere stato latitante all'estero. Lo incontrai una sera in redazione, quando ancora non si sapeva della tragica fine di Milena: la ragazza risultava solo scomparsa ed era arrivata la richiesta di un riscatto. Quella sera Bozano veniva dalle guardine della questura: si pensava che fosse lui l'autore del sequestro ma l'avevano rilasciato allo scadere del fermo perché Milena, forse chiusa da qualche parte, rischiava di morire per abbandono. Dissi a Bozano, che era venuto al giornale a proclamare la propria estraneità ai fatti: "Avrà capito che l'hanno lasciato andare soprattutto perché temono che Milena muoia. Lei afferma di essere innocente, ma che cosa farebbe, se fosse il rapitore? Andrebbe a soccorrere Milena con il rischio di farsi pedinare e scoprire, oppure la lascerebbe morire, magari sperando ancora nel riscatto?". Mi rispose in modo ambiguo: "Bisognerebbe sapere quale importanza dà quel rapitore al denaro e alla vita umana". Nove giorni dopo, il cadavere di Milena fu restituito dal mare: era stata uccisa subito dopo il rapimento.
lunedì 27 giugno 2011
Bersani
Un sincero applauso a Bersani, che è venuto a Genova ad aggiornare la sua ormai famosa serie di "Non siamo mica..." scegliendo un modo di dire tipicamente ligure: "Non siamo mica qui ad asciugare gli scogli...". Se l'avesse detto in dialetto ("Nu semmo miga chi a sciugà i scoeggi!") avrebbe riscosso un'oceanica ovazione, ma non si può pretendere la parlata di Govi da un piacentino come lui. Certo, Bersani è venuto proprio nella patria del "Non siamo mica...", perché i genovesi ormai da secoli celano la loro vera essenza dietro le cortine fumogene delle allusioni. Se andiamo nell'alta cultura, ecco Montale: "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo e ciò che non vogliamo". Poi, passando alla saggezza popolare, ecco il "Boa", Luigi Bianchi, che era più reciso nelle immagini: "Non siamo mica qui a fare impacchi su una gamba di legno!" oppure "Non siamo mica qui a pestare l'acqua nel mortaio!". Altri cento di questi "Non siamo" si nascondono nelle pagine di un bel libro ("Pe moddo de dì", cioè per modo di dire) che scrissero insieme Nelio e Ivana Ferrando: ne colgo qualcuno al volo: "Non siamo mica qui a legare i cani con le salsicce!", "Non siamo mica qui a farci bruciare gli occhi dalle cipolle degli altri!", "Non siamo mica qui a vantarci del sole di luglio!". Troviamone altri, è un bel gioco.
martedì 21 giugno 2011
Alfredino
Nel suo ultimo libro Walter Veltroni scrive a lungo di Alfredino, il bimbo che nel 1981 cadde nel cunicolo di un pozzo artesiano e, nonostante gli sforzi dei soccorritori, non poté essere salvato. Fu una tragedia amplificata dalla diretta televisiva. Quella notte ero responsabile delle "ribattute" del giornale, cioè dei rifacimenti delle pagine in occasione di eventi straordinari. In quei casi, ogni minuto di ritardo voleva dire migliaia di copie in meno per la vendita. Seguii la vicenda sul video e quando seppi che un eroico volontario aveva raggiunto il bambino a 36 metri di profondità, in un inferno di buio e di fango, mi precipitai in tipografia per organizzare la ribattuta. Riuscii a staccare dal televisore un paio di compositori e di impaginatori e mi misi a scrivere a mano poche righe per annunciare il lieto fine della sconvolgente vicenda. Dissi a un tipografo di preparare il titolo: "E' salvo!", con tanto di punto esclamativo. Mi rispose che non aveva i caratteri adatti per comporre un titolo così breve e allora lo raddoppiai: "E' salvo, è salvo!". Mentre lavoravo m'immaginavo il bambino che stava risalendo dal ventre della terra, come per una sua seconda nascita. La speranza durò pochi minuti, poi la tv disse che il tentativo era fallito e che non c'era più niente da fare. Il titolo rimase sul bancone, non ebbi cuore di gettarlo via.
mercoledì 15 giugno 2011
I tombini
L'acqua "privatizzata", bocciata dai referendum, non sarebbe stata un grande choc per Genova, che già in passato si era adattata a questa condizione. Prima che il sindaco Pertusio realizzasse, negli anni Cinquanta, il grande bacino del Brugneto, la nostra città poteva dissetarsi, compiere le abluzioni, fare il bucato e spegnere gli incendi solamente perché veniva rifornita da due acquedotti privati, il Nicolai e il De Ferrari Galliera. L'importanza di queste due strutture idriche è testimoniata dal gran numero di tombini di ghisa che costellano il selciato della città in corrispondenza delle prese d'acqua e delle ripartizioni: su queste migliaia di piastre ormai annose (alcune portano ancora l'emblema del fascio) spiccano le scritte "Acqua Nicolai" oppure "Acquedotto DFG": il De Ferrari Galliera, appunto. Un giovane amico della mia famiglia, il dottor Janin, si era dedicato, anni fa, a una catalogazione sistematica dei tombini genovesi; ne era venuta fuori una storia minore della città assai affine agli studi di un altro nostro amico, il professor Tiziano Mannoni, famoso per aver teorizzato l'esistenza di una "cultura materiale" capace di affiancare (e talvolta di smentire) la cultura di tipo classico. Andando a passeggio, val davvero la pena di dare, ogni tanto, un'occhiata ai tombini. Anche loro sono pagine di storia.
giovedì 9 giugno 2011
Il sindaco
Conoscevo bene Fulvio Cerofolini, sindaco di Genova tra il '75 e l'85, deceduto pochi giorni fa. Possedeva la giusta ambizione di chi era venuto su dal nulla o poco più. Aveva cominciato a lavorare come bigliettario sui tram; uno dei suoi due fratelli faceva il custode di un museo genovese, l'altro era operaio. Il custode e l'operaio non avevano fatto carriera, lui, invece, si era messo nel sindacato ed aveva scalato la gerarchia politica fino a divenire vicesindaco (socialista) nella giunta guidata dal democristiano Piombino. Giunto a quel punto, Cerofolini fece il ribaltone e portò via il posto a Piombino, formando una giunta di sinistra e districandosi bene tra le alchimie del potere. Non gli mancava l'intelligenza, sorretta da una cultura conquistata da autodidatta. Era nato a Genova da madre genovese, ma suo padre veniva da Arezzo, una zona dove i Cerofolini abbondano. Quell'ascendenza mi pareva curiosa: dall'Aretino, esattamente da Cortona, proveniva infatti anche Vannuccio Faralli, primo sindaco di Genova dopo la Liberazione. Troppi due sindaci nostrani con radici nella stessa lontana terra: difficile pensare a un caso, forse c'era una parentela, o un'amicizia tra compaesani rivelatasi preziosa per i primi passi politici di Cerofolini. Ho cercato invano lumi nei necrologi. Aspetterò la biografia.
venerdì 3 giugno 2011
Il sogno
Giovanni Giudici era al "top" tra i poeti italiani, pubblicava versi da Mondadori, non so se mi spiego. Viveva alle Grazie, un borgo marinaro presso La Spezia. Se n'è andato l'altro giorno, a 86 anni. Lo conoscevo in modo indiretto, faceva parte di un trio immaginario che dava un po' d'incanto alle notti passate al giornale, in attesa della seconda edizione da curare con nuove notizie, correzioni e aggiornamenti. In quelle ore il mio capocronista, Pietro Ferro, anche lui delle Grazie e cugino del poeta, ci raccontava i suoi progetti per il tempo della pensione, non molto lontano: "Il mio amico Baraca mi ha tirato a lucido la barca; le reti e il bolentino sono a posto. Andremo a sàraghi e a occhiate, lasceremo perdere le acciughe. E porteremo con noi Giovanni Giudici con un buon libro. Ve l'immaginate, una lettura dantesca con il sole a picco sul canale della Palmaria, di fronte a Portovenere, con Lerici laggiù e il Tino un po' nascosto...". Socchiudevamo gli occhi e ci immaginavamo anche noi nel Golfo dei Poeti, magari a recitare: "Guido i' vorrei che tu, Lapo ed io...". Poi, una sera, Pietro, con le lacrime agli occhi, mormorò: "Baraca è morto. Il sogno è finito". Forse anche per questo non durò molto, dopo la pensione. Ora è scomparso pure Giudici. Ma la Palmaria è là, a far nascere altri sogni.
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