venerdì 18 novembre 2011

Lucchetti

Ora che il Cavaliere si è dimesso, sono curioso di vedere se finirà l'annosa polemica tra i fan dell’ex premier e coloro che Silvio non lo possono proprio vedere. Io propongo che vadano insieme ad Arcore, portando ognuno un lucchetto: chi è fan l'appenderà all’inferriata con il cartello “Succursale di Ponte Milvio / monumento all’amore per Silvio”, chi è ancora accanito detrattore userà il suo lucchetto per bloccare il cancello, con lo striscione “Resta dentro fin che non giunga/ la sentenza sul bunga-bunga”. Aspettando il viaggio, bipartisan ma a lucchetti rigorosamente separati, possiamo occuparci un po’ del nuovo premier. Ha un nome demodé che i fatti hanno riportato alla ribalta: Mario Monti ha preso in mano la nazione, Mario Balotelli la nazionale di calcio, Mario Draghi la banca internazionale. Scommetto che troveremo molti Mario nell’elenco dei nuovi nati pubblicato dal Decimonono (adesso, per le bimbe, va di moda chiamarsi Melania, come la vittima di un fosco delitto). E poi, avanti con scritte e poesie: "Dopo il Mariotto dei referendum / ecco don Mario, il reverendum". "Cominciò con Veronica Lario / e adesso finisce con Mario". "Mario Monti, stringendo il discorso,/ ha lo stesso nome di Corso,/ ma non sa tirare in porta/ le punizioni a foglia morta".

sabato 12 novembre 2011

Buoni del Tesoro

Si fa un gran parlare delle peripezie dei Buoni del Tesoro italiani, ormai sappiamo tutto sullo "spread" e pranziamo con un occhio ai grafici dei telegiornali. Lo faccio anch'io, chissà poi perché, dal momento che non ho investimenti del genere. So però che una volta era tutto più semplice: i Buoni si compravano allo sportello bancario, erano stampati e al portatore. Ogni cedolina raffigurata su quei fogli filigranati rappresentava l'interesse semestrale: alla scadenza, bastava ritagliarla e incassarla in banca. La durata dei buoni era novennale, all'interesse annuo del cinque per cento. In più c'erano le estrazioni a premio a ingolosire i risparmiatori: si sperava sempre che al proprio numero di serie toccasse un milioncino. Non si pagavano commissioni bancarie e diritti di custodia, gli interessi erano esentasse. Tutto questo paradiso, per noi e per lo Stato, finì all'epoca di Tangentopoli, quando gli inquirenti si accorsero che, dato l'alto valore nominale di alcuni Buoni de Tesoro, in una valigetta si potevano trasportare comodamente alcuni miliardi di lire. Così i Buoni cartacei, sospettati di essere l'ideale strumento per il contrabbando di valuta e soprattutto per il pagamento di tangenti, furono soppressi. Li sostituirono i Buoni virtuali, registrati, tassati e senza premi. E con poco appeal.

domenica 6 novembre 2011

L'alluvione

A Genova è ritornata l'alluvione quarantennale, con un solo anno di ritardo sulla precedente del 1970. Mio figlio Vittorio e mio nipote Edoardo hanno messo in salvo i cento automezzi del loro salone portandoli sul tetto di un capannone, al riparo dalle furie del Bisagno. Hanno lottato contro il tempo, bagnati fradici e con la morte per annegamento in agguato a pochi metri. A Genova, per lavorare, si deve rischiare anche la pelle. Quando c'è stato il quarantesimo anniversario della precedente alluvione, ho scritto un intero inserto del "Secolo XIX" per raccontare che cosa era accaduto allora e perché era successo. Ho ricordato che gli esperti avevano individuato sotto il ponte della ferrovia il punto critico in cui il Bisagno s'ingolfava e diventava una diga mortale. Per tutta risposta i soloni del Comune hanno fatto lavori di allargamento del letto a valle di quel tappo, spendendo centinaia di milioni: hanno messo il rossetto a un morto. Stavolta l'acqua non è venuta giù dalle colline e non ha gonfiato il Bisagno attraverso gli affluenti: è caduta in centro città ma il Bisagno non l'ha accolta, forse perché era troppa, forse perché le condotte di scarico erano ostruite. A cause differenti, effetti uguali: gente affogata, automezzi e negozi distrutti. A Bangkok succede lo stesso: potremmo proporre un gemellaggio.

lunedì 31 ottobre 2011

Quintiliano

Il nostro cervello ha delle ampie pieghe in cui si nascondono, magari per decenni, ricordi mai più rivangati. Basta però un piccola scintilla per farli scaturire dal buio, così come facevano i "babau" quando scattava il coperchio della scatoletta di legno. Il mio "babau" è uscito dall'oblio l'altro giorno, mentre leggevo il "Corriere della sera": un esperto di problemi scolastici affermava che il modo d'insegnare nel modo giusto e con i giusti toni era già noto, nel primo secolo dopo Cristo, attraverso la descrizione che ne aveva fatto Marco Fabio Quintiliano, autore dell'"Institutio oratoria". Sono rimasto sbalordito, sia perché, pur consultando quasi quotidianamente i testi latini, non m'imbattevo in Quintiliano da almeno mezzo secolo, sia in quanto, nella mia gioventù, avevo avuto una frequentazione quotidiana, per la durata di cinque anni, con il medesimo autore. Nulla di libresco, anzi, tutt'altro: entrando e uscendo dal liceo Colombo leggevo ogni giorno, sul muro di fronte al portone, una scritta a grandi lettere rosse: "Abbasso Quintiliano fottuto e porco". Per cinque anni mi ero chiesto la ragione di tanta ostilità: un compito in classe sbagliato? Un'interrogazione andata male? Cerco ancor oggi la risposta. Intanto però ho imparato dal "Corriere" che quegli insulti erano immeritati.

martedì 25 ottobre 2011

Ghiglione

Lettera di protesta al Decimonono perché lo scrittore Maurizio Maggiani, nel suo articolo domenicale, ha usato la parola "culo". L'accusato ha risposto citando a propria difesa Dante Alighieri e affermando che il sinonimo "sedere" è meno genuino. La polemica sulla parolaccia mi ha fatto tornare in mente un poeta genovese, Nicola Ghiglione, con il quale avevo a che fare negli anni Sessanta: lui portava al giornale arruffate recensioni di libri e io le raddrizzavo un po' per renderle pubblicabili e garantire un reddito all'autore. Ghiglione, per la verità, non si preoccupava molto di guadagnare con gli articoli: di lui si diceva (e forse era vero) che avesse un fratello ricco e generoso, nonché una moglie con trattoria. Nel mondo letterario lo svagato Nicola vantava già una piccola fama come autore di un libretto di "Canti civili", lodato per la qualità poetica e anche per l'impegno politico. Poi un suo verso, citato fino alla noia dai detrattori, gli procurò, insieme a un po' di derisione, una più vasta popolarità. Il poeta, notando alcuni operai che stavano accosciati sul greto del Bisagno per deporre "lo soverchio del ventre" (mia citazione trecentesca). aveva così verseggiato: "I culi degli uomini sono canuti e menzogneri". Per Nicola Ghiglione fu notorietà assicurata, almeno a Genova.

mercoledì 19 ottobre 2011

Follie

Mi è arrivata una raccomandata dell'Agenzia del territorio, ossia del Catasto; sulla busta è stampato, a uso dell'incaricato del recapito, l'elenco delle persone alle quali, in assenza del destinatario, il plico può essere lasciato: parenti, portinaio, coinquilini e via dicendo "purché il consegnatario non sia manifestamente affetto da malattia mentale". Evidentemente l'Agenzia mette in conto che, ad aprire la porta, possa essere un tizio con lo scolapasta in testa e una spada di legno in pugno. E' un bel modo di sdrammatizzare gli effetti della legge Basaglia, limitando le precauzioni al divieto di consegna delle raccomandate. Anche questa prescrizione può entrare a buon diritto nell'immensa letteratura sui folli, fatta al novanta per cento da storie umoristiche, in gran parte inventate, ma non tutte. Ne ricordo una vera del paese di mia madre: un illustre psichiatra di Fiorenzuola d'Arda invitò il gran gerarca Italo Balbo, suo amico, a visitare il manicomio che dirigeva (in Emilia l'ospedale psichiatrico è chiamato "I Pavlòt", i Paolotti). Durante il giro nei reparti il medico si rivolse a un degente: "Com vala?" (Come va?). L'ammalato rispose: "Malet ti e chi t'ha dat la laurea!" (Accidenti a te e a chi ti ha dato la laurea!). E Balbo, prontissimo: "Mòllal ch'l'è guarì!" (Lascialo andare che è guarito!).

giovedì 13 ottobre 2011

L'Europa

Domenica sera, davanti alla Tv, mi sono divertito come non mi capitava da tempo. Sul teleschermo c'era Riccardo Jacona con la sua trasmissione "Presa Diretta". Jacona è un tipo un po' mesto, talvolta sembra in procinto di fare le condoglianze a qualcuno; domenica, invece, anche a lui scappavano sorrisi mentre spulciava le statistiche nazionali sul patrimonio zootecnico e sulla produzione di latte. Dunque, di regola la Comunità europea concede un contributo per ogni capo di bestiame registrato e infligge multe per il latte prodotto in eccesso. Dalle comunicazioni ufficiali italiane inviate all'Europa, risulta che un'anziana allevatrice abitante sulle Alpi è proprietaria di trentamila mucche, ognuna delle quali produce un litro di latte all'anno. Quindi le toccano trentamila contributi comunitari e nessuna multa. Intervistata, la mandriana ha detto che le sue mucche sono in realtà cinque e che la sua stalla non potrebbe ospitarne di più; ha inoltre escluso d'aver mai visto un euro dei contributi versati dalla Comunità europea. Ce ne sarebbe stato abbastanza per ridere un bel po'; ma l'ilarità è arrivata al massimo quando si è appreso che la Comunità europea ha accettato quei dati statistici senza fare una piega. Sono gli stessi signori che ci scrivono lettere ultimative sulle misure economiche da prendere.