lunedì 23 gennaio 2012

Asciugamani

Mia nipote Annalisa è stata in gita a Madrid ed è ritornata con la foto di un cartello a stampa esposto nell'albergo che l'ha ospitata. L'avviso è scritto in più lingue, ognuna preceduta dalla bandiera nazionale; nella foto si vedono il testo francese e quello italiano: il primo è del tutto normale, il secondo sembra scritto dal traduttore automatico di Internet. Dice esattamente: "Utilizzare il asciugamani responsabile. Non utilizzare il telo di rimuovere il trucco o scarpe pulite tuo. Evitare di utilizzare peraltri scopi che personale di essiccazione. Asciugamani lost rotto o sporcato da sviamento verrà addebitato sul conto del cliente e rese disponibili. A costo di € 6 per asciugamano interessati". Non avrei mai pensato che in Spagna il livello di conoscenza della lingua italiana fosse così basso: sarebbe il caso di allertare la "Dante Alighieri", l'istituzione che si propone di diffondere nel mondo il nostro idioma. Alla "Dante", che ha lanciato la campagna "Adotta una parola", potremmo proporre la variante "Adotta un cartello", così non saremmo più costretti a piangere sull'italiano assassinato dagli iberici. A proposito, sarà permessa, in quell'albergo, l'"essiccazione" delle lacrime con l'asciugamano?

martedì 17 gennaio 2012

Concordia

Al paese di mia madre, Fiorenzuola d'Arda, usano (o usavano) un'espressione piuttosto forte per commentare un accumulo di disgrazie su un unico malcapitato: "Al can rugnùs, ag va adré al muschi": il cane con la rogna è anche tormentato dalle mosche. La frase mi è ritornata in mente quando ho saputo del naufragio all'isola del Giglio: una nuova pagina nera da mettere sul conto dell'"italiano tipico" così come è visto in Europa. Più che indignarmi, il comportamento del comandante della "Concordia" dopo la sciagura mi ha sbalordito, anche se sono ben conscio che è finita l'epoca in cui il capitano considerava un onore irrinunciabile perire con la propria nave. Non era, quello, un uso perduto nella notte dei tempi: negli anni della scuola elementare, a Chiavari, avevo ogni giorno davanti agli occhi un quadretto con la fotografia del tenente di vascello Luigi Risso, medaglia d'argento, affondato con la sua torpediniera nel 1940. Quell'immagine ornava la mia aula perché Risso era il padre del mio compagno di banco, Stefano. Da allora, il mio immaginario considerava tutti i capitani di mare personaggi quasi mitici per il loro senso del dovere. Fino al 13 gennaio, alla vergogna del Giglio.

mercoledì 11 gennaio 2012

Non vedenti

Genova sembra aver rinunciato a creare proprie mostre d'arte: da un paio d'anni ospita infatti a Palazzo Ducale esposizioni di celebri impressionisti organizzate da Marco Goldin, uno specialista del settore. Visitatori a decine di migliaia. Quest'anno si è provveduto a portare alla mostra anche i non vedenti, per far vivere loro l'"atmosfera" della rassegna attraverso letture e musiche. Stranamente, nessun commento ha fatto seguito all'annuncio della straordinaria visita. Tutto l'opposto era avvenuto nel 1893, quando la città aveva sepolto sotto un cumulo di risate la proposta di allestire presso l'Istituto dei Ciechi l'annuale mostra della Promotrice di Belle Arti, priva da sempre di una sede propria. Il settimanale satirico "Il Successo" aveva pubblicato una finta lettera in rima d'un turista francese che descriveva alla moglie "les merveilles di Genes". Ne trascrivo una parte: "Ici, comme chez nous, il n'y a pas le Salon / pour faire de la peinture l'annuelle exposition / mais, chose surprenante!, et bien extraordinaire/ l'Institut des Aveugles est appellé à la faire./... Je voudrais bien la voir! Mais comment faire, helas? / n'etant pas un aveugle, je ne la verrais pas!". I genovesi di allora erano politicamente scorretti, senza dubbio; ma erano anche più attenti, geniali e vivaci di quelli odierni.

giovedì 5 gennaio 2012

Il ladro

L'ultimo dell'anno ho incontrato un ladro. Ero in casa quando ho sentito un forte rumore nelle scale: mi sono affacciato e ho visto che una delle porte sul mio pianerottolo era semiaperta. Un cartello avvertiva però che quell'ufficio era in ferie. Allora ho bussato ed è apparso sulla soglia un tizio che aveva un casco da motociclista in testa. Gli ho chiesto: "Scusi, che ci fa lei qui?". Mi ha risposto tranquillamente: "Sono qui per Francesca...Ma lei abita nel palazzo?". "Sì, ho sentito un rumore e sono venuto a vedere, con tutti i ladri che girano...". "E' colpa di questa porta che si incastra, adesso telefono". Il tizio si è messo ad armeggiare con il telefonino ed è rientrato nell'appartamento. Io sono rimasto fermo sul pianerottolo. Dopo mezzo minuto lo sconosciuto si è riaffacciato, mi ha visto e deve aver capito che il rischio aumentava. Così è tornato dentro, ha preso un sacchetto e ha gridato verso l'interno: "Allora, andiamo?". Nessuna risposta. L'invito è stato ripetuto con lo stesso risultato. Subito dopo il tizio, che aveva in mano un altro casco, forse appena rubato, si è avviato per le scale ed è sparito, lasciando la porta aperta. Io ho abboccato in pieno e sono rimasto ad attendere che il complice (inesistente) uscisse a sua volta. Quando mi sono reso conto di essere stato beffato non ho potuto far altro che chiamare la polizia.

venerdì 30 dicembre 2011

Cartoline

Chi desidera rivedere i luoghi importanti della propria vita senza muoversi da casa può farlo collegandosi a ebay e chiedendo "Cartoline di...". La sfilata d'immagini è sempre abbondante e può riservare anche sorprese: magari una propria cartolina, finita chissà come nel commercio on-line. Gustata l'emozione d'un rinnovato incontro con una piazza o una stazione ferroviaria, si finisce per dare un'occhiata ai prezzi delle immagini offerte. Qui si scopre che la definizione "animata" fa salire vertiginosamente i costi. "Animata" significa che in quella cartolina non c'è solamente il monumento tale o il teatro talaltro, ma è fissata anche l'immagine di gente che passa, che sosta, che sfila su auto ormai d'epoca o su carrozze a cavalli. Evidentemente l'"animazione" testimonia un attimo specifico dell'esistenza immutabile del monumento o del teatro e fa lievitare i prezzi. E' un po' una rivincita di noi, esseri mortali, sulla teorica immortalità di ciò che è inanimato: "Voi - sembriamo dire alle "cose"- potreste, per vostra natura, durare secoli e secoli, all'infinito, ma chi vi dà senso e valore siamo noi, vite in transito non soltanto viario". E' un tema che avrebbe potuto intrigare Giorgio Morandi, il celebre pittore delle bottiglie impolverate, ma i suoi quadri non sono mai "animati". Non c'è neppure una mosca.

sabato 24 dicembre 2011

Algoritmi

Da quando trasmettono il telefilm "Numbers", tratto gli algoritmi come parenti stretti, pur non avendo la minima idea di che cosa siano. Ho quindi appreso senza meraviglia, dal "Corriere", che un certo Rory McCann è riuscito, con un algoritmo, a risolvere il cosiddetto "rompicapo di Joyce" eternato in una pagina dell'"Ulisse". Il protagonista del romanzo, Leopold Blum, si chiedeva se fosse possibile attraversare Dublino senza imbattersi in un "pub": ebbene, l'algoritmo, opportunamente nutrito di dati, ha impiegato un solo quarto d'ora per trovare il percorso adatto a risolvere il rompicapo. La scienza fa miracoli; tuttavia, se è lecito passare dalla nobile prosa dell'"Ulisse" alla più modesta delle cronache del passato, sarà il caso di rivelare che, a Genova, un rompicapo simile a quello di Joyce era stato risolto fin dall'inizio del secolo scorso, senza necessità di ricorrere agli algoritmi: bighelloni e sfaccendati avevano infatti individuato un itinerario che permetteva di attraversare la città senza imbattersi in osterie: quel tragitto si chiamava "il giro dei misci" e dava modo, a chi non aveva un centesimo in tasca, di passeggiare sottraendosi a inutili tentazioni e amari rimpianti. Quel "giro" oggi non è più d'attualità: non perché siamo diventati meno poveri, ma perché a Genova sono sparite le osterie.

domenica 18 dicembre 2011

Miroslao

Il primo clandestino che ho conosciuto si chiamava Miroslao, originario di Tolmino, un paese italiano passato alla Jugoslavia nel '45. Miro era clandestino nel senso che poteva vivere ma non lavorare in Italia: dichiarato apolide (cioè senza patria) doveva campare esclusivamente con il misero sussidio erogato da un ente internazionale. Naturalmente si dava da fare lo stesso, in nero e sotto falso nome. Così ci conoscemmo in una colonia estiva, io assistente dei ragazzi, lui addetto alle pulizie. Lo reincontrai trent'anni dopo, ormai vecchio e mal ridotto: mi raccontò che viveva della carità dei vicini di casa, in un tugurio del centro storico. "E il sussidio?". "Sparito!". Era successo questo: dopo decenni di vita da apolide, Miro, convocato in questura, si era sentito chiedere se avesse prestato servizio nel regio esercito. Alla risposta affermativa, il funzionario aveva esclamato: "Ma allora lei ha diritto alla cittadinanza italiana, facciamo subito la pratica!". Il riconoscimento, arrivato rapidamente, aveva avuto il solo effetto di provocare la revoca del sussidio dovuto agli apolidi. Ed ecco il resto della storia di Miro: ricoverato per gli stenti, il mio amico subì un avveniristico intervento chirurgico di sostituzione aortica. Sospettai che l'avessero usato come cavia umana. Sopravvisse da invalido, ma non per molto.