mercoledì 19 settembre 2012

Sbragi

Di tutti, quando è il momento, si può dire "E' andato in cielo". E' una frase consolatoria, che però questa volta mi sembra non utilizzabile: devo infatti citare la scomparsa, a 91 anni, di Fioravante Sbragi, che in cielo ci andava tutti i giorni, da tempo immemorabile, come pilota di piccoli aerei. A Genova tutti ricordano quella volta che fece, via radio, un corso accelerato di atterraggio ai passeggeri di un velivolo il cui pilota si era sentito male. Quando le ruote toccarono finalmente la pista, chi assisteva dovette recuperare il cuore dai calcagni. Sbragi era sempre pronto a saltare sull'aereo, bastava dargli una telefonata. Nel 1965 lo chiamò il mio collega Zamorani: "Comandante, la "Raffaello" ha avuto un incendio in Atlantico, pare che stia rientrando a Genova, ma alla società Italia non vogliono darci altre notizie. Che dice, andiamo a dare un'occhiata?". "Andiamo" rispose Sbragi. Partirono con l'aeroplanino, fecero il Mediterraneo, superarono Gibilterra e finalmente videro il transatlantico che stava ritornando: la scia asimmetrica non lasciava dubbi, la nave  procedeva con un solo propulsore. Almeno quella volta, le cortine fumogene che la società di navigazione era solita stendere sui propri guai svanirono: le aveva spazzate via l'elica di Sbragi.      

giovedì 13 settembre 2012

Raiteri

E' scomparso giorni fa il dottor Giorgio Raiteri, che, nei cosiddetti "anni di piombo" genovesi, fu spesso al centro delle cronache: finì impantanato in quella terra di nessuno che stava tra la militanza ideologica e la reale partecipazione a fatti eversivi. Si fece tre anni di carcere, poi fu rilasciato e ritornò al suo lavoro di medico. Trovò posto, provvisoriamente, in un ambulatorio di San Martino e lì l'incontrai recandomi a una visita per un fastidioso disturbo. Aveva l'aria un po' assente, la rasatura trascurata. Ascoltò i miei sintomi, poi andò a frugare in un armadietto pieno di medicinali. Tirò fuori una scatoletta e me la diede: "Prenda queste pillole, le faccio la ricetta". Quando andai in farmacia a chiedere il rinnovo della medicina, il farmacista mi guardò stupito: "Sono anni che questo prodotto non è più in commercio!". Mi sembrò, in quel momento, di toccare con mano la vera pena del carcere, cioè la perdita dei contatti con il mondo esterno, il buio sugli aggiornamenti umani, sociali e anche professionali.   In morte di Raiteri sono apparse sul Secolo XIX necrologie fatte da amici che si sono firmati con il solo nome di battesimo. Capita spesso, per la verità, ma in questo caso l'assenza dei cognomi mi ha fatto pensare che certe vecchie storie scottano ancora.

venerdì 7 settembre 2012

Spadolini

Eravamo i soliti quattro gatti del turno di notte, quella sera del 1982: ogni ora facevamo il giro di telefonate alla polizia, ai carabinieri, al pronto soccorso; chi giocava a scacchi, chi a scopone. Improvvisamente entrò in redazione Giovanni Spadolini, allora presidente del Consiglio. Era venuto a Genova per una cerimonia e indossava eleganti pantaloni da tight. Si mise comodo su una sedia, accavallò a squadra una gamba e disse: "Oggi mi sono veramente annoiato, la politica non mi entusiasma. Parliamo un po' di giornalismo?". Era un conversatore amabile, in pochi minuti svariò dai ricordi del passato all'attualità della carta stampata. Sapeva tutto sui direttori in carica, compreso il nostro; si capiva che aveva nostalgia dei tempi in cui dirigeva "Il resto del Carlino" e, ancor più, il "Corriere della Sera". S'interessò anche alla tecnologia tipografica, parlammo della rivoluzione portata dai computers e della fine dei caratteri di piombo; delle meravigliose linotypes messe in pensione dalle stampanti su carta. Quando l'illustre ospite si congedò, lo chiamai "direttore" anziché "presidente", poi mi scusai della "gaffe". Si mise a ridere: "Non si scusi, è il mestiere che preferisco". Lo accompagnammo fino in strada e ci rendemmo conto che era solo, non aveva scorta.

sabato 1 settembre 2012

Uno sbadiglio

Con l'immatura scomparsa di Salvatore Orlando, avvenuta giorni fa, si è estinta una dinastia di armatori ed industriali legata alla storia del Risorgimento. Mazziniani, esuli dalla Sicilia borbonica, i tre fratelli Orlando - Luigi, Giuseppe e Paolo - si stabilirono a Genova, dove impiantarono, alla Foce, un grande cantiere navale. Passarono poi a Livorno, dove costruirono la più potente nave da guerra dell'epoca, la "Lepanto". A Genova nacque un comitato per onorare gli Orlando e, tramite un  neonato giornale, "Il Mare", si aprì una sottoscrizione per una medaglia d'oro. La raccolta superò le attese, tanto che il denaro avanzato fu distribuito tra gli operai poveri del cantiere livornese. Non ebbe invece successo il giornale, che cessò le pubblicazioni, lasciando disoccupata la tipografia, sistemata in un seminterrato di Salita San Gerolamo. La scoprì, passeggiando, Ferruccio Màcola, un giovane professore di francese che insegnava nella vicina via Caffaro, coltivava ferventi idee politiche e in cattedra si annoiava parecchio. Gli venne un'idea:"E se facessi io un giornale?". Cominciò così la sua  esistenza "Il Secolo XIX", il quotidiano nel quale ho lavorato per 28 anni e che compro ogni mattina. Una grande e longeva impresa nata da uno sbadiglio.    

domenica 26 agosto 2012

Linke

Se si parla di cravatte di gran classe, i riferimenti d'obbligo sono due: Marinella a Napoli e Finollo a Genova. Del negozio-laboratorio genovese, in bello stile Liberty, era impareggiabile guida Roberto Linke, la cui immatura scomparsa, appresa dal Decimonono, mi ha riempito di amarezza. Linke era un amico vero e un  cultore dell'arte ligure: con lui e con altri appassionati avevo organizzato a Palazzo Ducale un'esposizione regionale di pittura e scultura legata alla rinascita della Promotrice di Belle Arti. Un'iniziativa ancor oggi rimpianta, specie al confronto con le grandi mostre "chiavi in mano" in arrivo da altri lidi; rassegne di successo, ma estranee alla cultura locale. Linke, abituato a trattare alla pari con personaggi blasonati di tutto il mondo, mi raccontò una volta che era entrata nel suo negozio la figlia del presidente Scalfaro, Marianna, giunta a Genova con il padre in visita ufficiale. Voleva dei foulard e fu servita con il consueto stile della ditta. Era uscita da poco quando arrivò un funzionario della Prefettura, a protestare perché la signora si era lamentata di non essere stata trattata secondo il suo rango. Evidentemente Linke non era apparso abbastanza emozionato al cospetto dell'illustre cliente. Lui che discuteva di camicie e polsini con Gianni Agnelli.

lunedì 20 agosto 2012

Abdon Pamich

Un ricordo Olimpico ci vuole. Nel 1964, a Tokyo, Abdon Pamich vinse la 50 chilometri di marcia, assicurando all'Italia uno dei titoli più prestigiosi dell'atletica. Pamich, profugo da Fiume, era genovese d'adozione, meritava quindi un festeggiamento particolare della sua città. Il direttore del Decimonono, Umberto Vittorio Cavassa, venne in segreteria di redazione e mi disse, porgendomi un foglietto: "Sabato prossimo Pamich arriva in visita al giornale. Mi procuri una medaglia d'oro con questa dedica". Non rammento quel testo, mi è rimasta impressa solamente la frase "...con passo italiano...". Mancavano sei giorni alla visita. Mi misi subito alla ricerca di un orefice e di un incisore, ma piombai nello sconforto: mi chiedevano tutti dai dieci ai quindici giorni di tempo. Che fare? Mi ricordai a un tratto di Martino Fontana, l'orefice di Canino, il paese del Lazio dove avevo abitato fino a due anni prima. Martino, gran compagnone, fisarmonicista di classe, era genovese come me e nel suo lavoro non ammetteva ostacoli. Gli telefonai, si mise a ridere: "Genova è così mal ridotta? Stia tranquillo, ci penso io".  Il venerdì avevo sulla scrivania la medaglia con dedica. Martino l'aveva spedita per contrassegno: da vero ligure, non si era fidato del pagamento su fattura.   

martedì 14 agosto 2012

Svacanzando

Il verbo di questa torrida estate è "svacanzare". L'ho scoperto in un serioso articolo del "Corriere della Sera" sulla situazione in Israele. Colpito dalla divagazione linguistica, mi sono affidato a Internet e ho constatato che non si tratta di un caso sporadico: esistono nel Web esempi abbastanza copiosi di uso del verbo "svacanzare". Il meno elegante viene da un commentatore che, riferendosi ad alcuni giovanotti passati per le forche caudine di X Factor, ha scritto: "L'idea di marketing che manifestavano era quella di far vagheggiare al pubblico l'idea di poter svacanzare dentro le loro mutande". Restando immersi nella calura estiva, non vanno poi dimenticate alcune risposte della scrittrice Maria Perosino a un questionario di Paolo Di Stefano su "Io Donna": "Il suo principale difetto?" "Sono tonta"; "Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico?" "L'alluce destro"; "Il dono di natura che vorrebbe?" "Un bell'ombelico". Chi ha letto queste risposte ha sicuramente pensato: "Perbacco, che persona spiritosa, ha messo nel sacco il giornalista!". Io sono stato invece colto da un dubbio: e se la faccenda dell'ombelico fosse vera? Le donne d'oggi vogliono contare soprattutto dalla cintola in su, ma non hanno ancora detto se l'ombelico è di sopra o di sotto.