lunedì 22 luglio 2013
Cantando
Una volta, passando per strada, si sentiva qualcuno cantare, ora non più. Il mio ricordo più antico di questa bella usanza risale ai primi anni Quaranta, quando il garzone di un negozio veniva nelle nostre scale e intonava "Un'ora sola ti vorrei" sperando d'intenerire una servetta che lavorava al terzo piano. Era una canzone d'amore contrastato ma speranzoso, divenne poi un tormentone antifascista, perché qualcuno immaginò di rivolgersi al Duce, reo dell'entrata in guerra. Ricordo poi i canti pagani e religiosi nei pellegrinaggi alla Guardia e le ottave malandrine dei miei operai sullo scavo archeologico di Vulci. Tutto finì con il karaoke, quando il canto divenne un impegno più che uno svago. Il "Corriere" dell'altro giorno ha citato le compagnie piemontesi che in quaresima andavano a "canté j'euv", a cantare le uova, per farsi offrire la merenda dai contadini. Anche al di qua dell'Appennino c'era un'usanza simile, ma a parti invertite: in Val Polcevera, infatti, erano i contadini ad andare a cantare di villa in villa nel periodo autunnale, per augurare buona fortuna ( con la speranza di una mancia) a chi si apprestava al rientro in città dopo le vacanze. Erano auguri dallo strano nome, "Cantegue". Oggi diremmo "canzoni a chilometri zero".
martedì 16 luglio 2013
Riposo Tv
Alla mia età è comprensibile l'abbiocco davanti alla Tv accesa: in tal caso, il sonnellino riesce meglio se il teleschermo non trasmette sparatorie. L'ideale è una partita di "snooker", con le palline del biliardo che fanno appena tac al contatto fra loro e s'infilano silenziosamente in buca. Forse sarebbe il caso di vergognarsi di questa fuga dagli spettacoli meno tranquillizzanti; mi conforta tuttavia apprendere, dal "Corriere Economia", che gran parte del popolo norvegese è della mia idea e ha inventato "la Tv più noiosa del mondo" basata su telecamere installate per ore su un treno, su lavori a maglia e all'uncinetto e su navigazioni nei fiordi. Il record di telespettatori è stato raggiunto da una stazione Tv che ha trasmesso un'intervista di trenta ore a un popolare autore di gialli. Di fronte a quest'ultima notizia ho trasferito l'attenzione dai gusti dei telespettatori agli autori di thriller: ho pensato infatti a mio figlio Claudio che ha appena pubblicato il suo quarto giallo ("L'enigma di Leonardo") ed è un tipico genovese taciturno: come se la sarebbe cavata di fronte a un'intervista di trenta ore? A un doge nostrano condotto a forza a Versailles fu chiesto che cosa lo meravigliasse di più in tutto quel fasto: rispose "Mi chi (io qui)". Tre secondi.
mercoledì 10 luglio 2013
Bambini
Da buon ipocondriaco, leggo volentieri le rubriche mediche sui giornali, c'è sempre qualcosa da imparare, sia dal lato positivo sia da quello negativo. Ecco il caso di una mamma apprensiva che ogni sera fa l'aerosol con soluzione fisiologica alla figlioletta di 22 mesi al solo scopo di prevenire tosse e raffreddori. Chiede se fa bene. La pediatra titolare della rubrica le risponde consigliandole di sostituire l'aerosol con sistematici lavaggi nasali da praticare con un siringa, sempre con soluzione fisiologica: "Il lavaggio - prescrive - va eseguito anche quando il bambino sta bene, almeno due volte al giorno. Se il lavaggio è ben fatto, il liquido inserito uscirà dalla narice opposta o, in caso di ipertrofia adenoidea, dalla stessa narice". Tutto questo per evitare qualche colpo di tosse o qualche sternuto. Mi è ritornata in mente la prima volta che uno dei miei figli (non ricordo quale dei tre) fece "eccì": era piccolissimo, mi guardò stupito, poi si mise a ridere della novità. Mi congratulo con me stesso per non aver acchiappato per la collottola due volte al giorno la mia prole per praticarle il lavaggio nasale e penso con profonda tristezza a quella creatura di 22 mesi presa tra l'incudine della madre e il martello della dottoressa. Che infanzia l'attende!
giovedì 4 luglio 2013
Esposito
Se l'avessi saputo in tempo sarei andato anch'io alla cerimonia organizzata in Albaro per ricordare i 35 anni dall'uccisione del commissario Antonio Esposito, vittima dei brigatisti. Il funzionario, quando fu assassinato a colpi di pistola su un bus urbano, era senza scorta e disarmato; eppure sapeva che i terroristi l'avevano nel mirino dopo che si era distinto nella caccia ai latitanti come componente della squadra politica torinese. Ma lui era fatalista e rassegnato, intuiva che il trasferimento al commissariato di Nervi, deciso per salvargli la vita, non sarebbe bastato. Lo conobbi in una delle tante sere drammatiche del periodo più duro del terrorismo: era scoppiato uno stranissimo incendio nel parco di Villa Imperiale a San Fruttuoso e si parlava di attentato. Arrivai sul posto quando già i vigili del fuoco avevano concluso l'intervento; c'era la polizia, il parco era immerso nel buio, si sentiva odor di bruciato. Esposito, alle mie domande, allargò le braccia: "Dobbiamo aspettare - disse - se è un attentato ci sarà una rivendicazione". "Non abbiamo altri appigli - continuò - loro sanno chi siamo e dove siamo, noi no". Aveva la corporatura e il volto pacioso di un buon meridionale: un bersaglio troppo facile per dieci colpi sul bus.
venerdì 28 giugno 2013
La Bardot
La scomparsa di Gigi Rizzi, il play-boy che conquistò il cuore di Brigitte Bardot, ha riportato d'attualità Saint Tropez e il gruppo "des italiens" al vertice del gossip nell'estate 1968. Degli assalti a fortezze femminili dispostissime ad alzare bandiera bianca ricevevamo, al Decimonono, resoconti di prima mano grazie al nostro collega Nino Cavassa, che vantava una preziosa amicizia con Beppe Piroddi, sicuramente il numero due, dopo Rizzi, del "commando" italiano sulla più celebre spiaggia di Francia. Nino era chiamato Cavassino per distinguerlo dal padre, direttore del giornale. Proprio quell'ingombrante parentela era stata causa, secondo lui, della sua limitata carriera redazionale, non adeguata alle reali capacità. Al Cavassino, molto sensibile alle attrattive del gentil sesso, sembrò di toccare il cielo con un dito quando riuscì a raggiungere gli irresistibili italiani di Saint Tropez. Aspettavamo il suo rientro con grande curiosità, gìà pronti a fare la tara al suo "decamerone"; invece il collega ritornò deluso: "Saint Tropez? Un posto noiosissimo, stavo tutto il giorno a far niente...". "E la Bardot?": "E' una ragazzetta insulsa e scontrosa. Molto meglio le genovesi del Lido...". Lo coprimmo d'insulti, ci aveva distrutto un mito.
sabato 22 giugno 2013
Quel bottone
La fotografia ufficiale di Obama con il Presidente cinese in visita negli Usa ha mostrato i due statisti senza cravatta e con il colletto della camicia aperto. Sembravano voler dire al mondo: "Siamo uguali, tra noi ci capiamo". Questo segnale affidato all'abbigliamento è molto diffuso anche tra i politici di sinistra di casa nostra, che mettono in evidenza il colletto slacciato nei vituperati (da Grillo) talk show e nelle apparizioni pubbliche. Nulla di nuovo sotto il sole, ai tempi della guerra fredda i militanti comunisti dichiaravano la loro fede portando baffi a spazzolone (è un'usanza ancora vitale, sebbene in declino); ai tempi del Sessantotto i contestatori affidavano invece il loro credo ai capelli alla paggio. I vecchi massoni usavano segnali più riservati, quando ti davano la mano premevano con un dito sul polso: se la pressione veniva restituita, il silenzioso riconoscimento era cosa fatta. Adesso questa faccenda del colletto slacciato allarma i produttori di cravatte: durerà per sempre? Si rassicurino, armato di lente d'ingrandimento ho scrutato decine di foto sui giornali: ebbene, in molti hanno slacciato il colletto, ma nessuno, neppure il Presidente cinese, ha tolto il bottone e ricucito l'asola. Le cravatte finiranno per ritornare.
domenica 16 giugno 2013
La Darshanova
Al Decimonono di tanti anni fa era tenuto in gran conto Carlo Marcello Rietmann, un vero principe dei critici teatrali e musicali. Ascoltarlo narrare i suoi incontri con le più grandi firme dello spettacolo era un vero godimento; c'erano però colleghi scettici che non credevano a tutto e tramavano per far cadere Marcello in qualche trappola. Inventarono la Darshanova, danzatrice russa "il cui apogeo era coinciso con il crollo degli Imperi Centrali" e si misero a parlarne con fervore ogni volta che l'amico critico arrivava a portata d'orecchio. Marcello non interveniva, si barcamenava con qualche "già" e qualche "eh, eh", come fa chi non vuole mentire ma neppure ammettere un'imperdonabile lacuna professionale. Il gioco andò avanti per alcune sere, finché un collega troppo fantasioso raccontò che la Darshanova, in età non più verde e ormai in pieno declino, era caduta in scena durante un'esibizione a Voghera. Prontamente rialzata aveva dichiarato ai giornalisti: "Né di giorno, né di sera danzerò mai più a Voghera!". La rima fece scoppiare una risata generale e la finzione finì. Marcello non se la prese, anzi dichiarò : "Sapevo benissimo che la Darshanova non è mai esistita, stavo al gioco per vedere dove andavate a parare...". Forse era vero.
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