venerdì 22 aprile 2011
Noccioline
Un'intera pagina di necrologie sul Corriere della Sera ha dato la misura dell'importanza e della popolarità di Pietro Ferrero, l' industriale della Nutella scomparso repentinamente. Confesso di aver sottovalutato per anni l'importanza della crema spalmabile, sebbene anche i miei figli siano cresciuti "a pane e Nutella". Mi sono ricreduto da quando ho incontrato un mio compagno di gioventù. Non lo vedevo da anni, ma di lui sapevo tutto attraverso i giornali: aveva iniziato allo sportello di una banca, poi, via via, scalando le cariche, era arrivato al vertice di un grande istituto bancario. Fatti i convenevoli, mi congratulai con lui per la carriera, ma mi rispose: "Lascia perdere, sono andato in pensione". La buttai sul ridere: "Immagino che ti abbiano coperto d'oro, le liquidazioni dei banchieri sono leggendarie...". "E' vero - ammise - ma so già che cosa ne farò". A quel punto pensai: "Stai a vedere che mi dà una dritta su qualche titolo destinato a salire". Invece l'amico mi disse: "Ho già avvistato il noccioleto che fa per me. Sto andando a fare il compromesso". "Noccioleto?". "Certo, hai presente la Nutella? Per farla ci vogliono le nocciole e quelli della fabbrica comprano in anticipo la produzione. E' una rendita sicurissima, altro che Fiat". Gli americani che chiamano noccioline (nuts) le sciocchezze non capiscono proprio niente.
sabato 16 aprile 2011
La bomba
Il dilemma italiano del giorno è: bombardare o non bombardare Gheddafi? Il ministro Frattini ha molti più dubbi di quanti ne ebbe, cent'anni fa, l'aviatore Giulio Gavotti che inventò, proprio in Libia, il bombardamento aereo. Gavotti, che era genovese, fece tutto di testa sua: caricò sull'aereo quattro bombette, poi, giunto sull'obiettivo, tirò fuori dal suo involucro un detonatore, se lo mise in bocca per liberarsi la mano, prese una delle bombe e riuscì a montare il detonatore sull'ordigno sempre con una mano, perché con l'altra doveva governare l'apparecchio; infine strappò con i denti la sbarretta metallica adibita a sicura e buttò fuori la bomba, che arrivò a destinazione e scoppiò. Seguirono gli altri tre proiettili. Di fronte a un'acrobazia del genere occorre ammettere che Gavotti aveva proprio una gran voglia di fare quel bombardamento e agì senza preoccuparsi dei rischi. Un altro esempio? Nel 1825 Giorgio Mameli, padre di Goffredo, andò con un'imbarcazione e un po' di marinai fin dentro al porto di Tripoli e incendiò una nave del bey. Tutto questo per fargli capire che i trattati andavano rispettati. Erano dei pazzi loro o sbagliamo noi ad essere dei tentennoni? Io credo, più semplicemente, che siamo gente di epoche diverse. Lo choc del fungo atomico ci ha cambiato per sempre la testa.
domenica 10 aprile 2011
La pizza
Più di un mese fa ricordavo i fotografi da strada che ti ritraevano a sorpresa e ti consegnavano un tagliando, invitandoti ad andare a vedere lo scatto. Curiosamente, è ora saltato fuori da un cassetto uno di quegli scontrini, conservato perché aveva annotata a retro la ricetta di una torta. Il rettangolo azzurro, della "Rex - Film", dà come recapito "Via Fieschi 3-67 1° piano (sopra Cavanna)". Dall'indicazione tra parentesi si può desumere la notorietà di Cavanna, un ristorante frequentatissimo che, nella parte più prossima all'ingresso, faceva anche tavola calda per lo spuntino serale prima del cinema o del teatro. E' lì che, negli anni Cinquanta, gustai per la prima volta una ghiottoneria che non conoscevo, la pizza. La servivano direttamente in tegliette di ferro grandi quanto un piatto da pietanza; concludeva il bagordo un bicchiere di bianco versato dal baffuto signor Cavanna in persona, che se ne stava dietro al bancone insieme a una sua grande fotografia in divisa da bersagliere. A quell'epoca, la pizza non era neppure citata nella "Guida Pagano" degli esercizi cittadini. Vi fu iscritta solamente nei successivi anni Sessanta, quando, a Sestri Ponente, aprì (e fu un evento) la pizzeria "Arlecchino". Allora, a Genova, c'erano più di centoventi spacci di torte e farinata. Si dimezzarono nel giro di pochissimi anni.
lunedì 4 aprile 2011
In Provenza
L'esodo dei tunisini mi ha dato occasione di rivedere, in Tv, la stazione di Ventimiglia e, in particolare, il corridoio delle partenze per la Francia. In quel corridoio mi bloccò, nel 1955, un agente: "Che cos'ha in quel pacco?". "Dei libri, li porto a Nizza". "Venga con me". Mi condusse nell'ufficio di polizia, dove un maresciallo mi spiegò: "I francesi vietano l'accesso alle pubblicazioni irridentiste italiane. Mi faccia vedere". Aprii il pacco e mostrai i miei libri, trattavano della preistoria ligure. Il maresciallo, soddisfatto, sparò un paio di timbri sulle copertine e mi congedò. I doganieri francesi, visti i timbri, non fecero obiezioni. A Nizza salii su un autobus chiedendo alla bigliettaia di farmi scendere alla fermata giusta. Mi disse di sedere accanto a lei e cominciò a raccontarmi i guai di sua figlia, in lite con il marito. Siccome il racconto era lungo e complicato, mi fece fare un giro e mezzo del percorso dell'autobus. Finalmente giunsi alla meta: dovevo consegnare i libri a un vecchio poeta nizzardo che scriveva versi in provenzale. Si chiamava Rostan e viveva barricato in casa perché, all'epoca della guerra, aveva scritto un paio di articoli rivendicando l'italianità di Nizza. Ora- mi disse attraverso la porta sbarrata - temeva l'arrivo di qualche giustiziere. Gli lasciai i libri sullo zerbino. Fu il viaggio più strano della mia vita.
martedì 29 marzo 2011
La Mille Miglia
La guerra di Libia mi ha riportato agli anni Quaranta, quando seguivo su una cartina le sorti delle truppe italiane; e anche agli anni Cinquanta, quando mi trovai a lavorare con connazionali che erano stati costretti a lasciare la Tripolitania dopo la guerra perduta. Mi sono accorto di familiarizzare ancora con i nomi delle città più note, Tobruk, Bengasi, Agedabia, Misurata, Tripoli, Leptis Magna, Sabratha; sono anche andato su tutte le furie quando un inviato della Tv, descrivendo i luoghi degli scontri, ha detto: "All'interno c'è una località che si chiama Giarabub...". Santo cielo, era mai possibile parlare in quel modo di un'oasi divenuta un mito della mia generazione grazie all'ostinata resistenza del maggiore Castagna circondato dagli inglesi? Ma non è di quelle lontane battaglie che volevo parlare. Volevo dire, invece, che in Libia si è sempre fatta una guerra di movimento, con lunghissimi spostamenti da un caposaldo all'altro, su distanze di centinaia di chilometri. Ad ogni successo e ad ogni avanzata, corrispondeva un allungamento insostenibile delle linee di rifornimento, cosicché la vittoria si trasformava in sconfitta e l'avanzata in ritirata. I soldati chiamavano quell'andirivieni bellico sull'unica strada litoranea con un nome ironico: "La Mille Miglia". Chissà chi la spunterà, stavolta, in quella continua rincorsa.
mercoledì 23 marzo 2011
Il telefonino
Un telefonino ritorna spesso nei miei pensieri, in questi giorni: è quello di Yara, la ragazzina di Brembate uccisa misteriosamente. Il quadro generale delle indagini delinea un fatto violento in cui Yara è stata solo vittima fin dall'inizio: fatta salire con l'inganno su un automezzo, stordita, ferita e lasciata morire, forse di freddo. C'è però un elemento che contrasta con questa ricostruzione: il fatto che la ragazzina avesse in tasca la scheda e la batteria del suo telefonino. Nessun sequestratore, credo, si curerebbe di riconsegnare scheda e batteria a una persona rapita dopo averle sottratto e disattivato il telefonino. E' più logico pensare che sia stata Yara stessa a togliere quegli elementi e a riporli in tasca. Perché lo avrebbe fatto? E' stata costretta sotto la minaccia di un'arma? Sul momento, il gesto non poteva scatenare allarmi: si fanno ricerche sulle celle telefoniche solamente dopo assenze prolungate. La disattivazione poteva quindi servire per non lasciare tracce sul lungo periodo. In generale, il fatto di scollegarsi volontariamente ma di conservare telefonino, scheda e batteria, sia pur separati, è una scelta che si può attribuire a coloro che, intendendo sparire, si lasciano una possibilità di ricollegamento. Ma può essere compatibile con la tragedia della povera Yara uno scenario di fuga come questo?
giovedì 17 marzo 2011
Il Centenario
Oggi, 17 marzo, è giornata di festa nazionale per commemorare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Le scuole sono chiuse. Nel 1961, ricorrenza del Centenario, non fecero, invece, vacanza. Me lo ricordo bene, perché in quell'anno insegnavo lettere nella scuola media di Canino, un piccolo centro del Viterbese. Il 17 marzo del '61, dunque, facemmo lezione fino alle undici, poi ordinammo in corteo gli allievi e andammo in cima al paese, a portare dei fiori a un monumentino dedicato ai Caduti della prima guerra mondiale. Ero incaricato di fare il discorso ufficiale e temevo di non sapermela cavare: quel territorio era stato feudo del "Papa Re", poi del principe Luciano Bonaparte fratello di Napoleone, poi del principe Torlonia; neppure la nascita dell'Ente Maremma aveva riscattato i popolani da una condizione di misero bracciantato. Parlare ai loro figli di una grande e generosa Madre Patria non mi sembrava il caso, non mi avrebbero capito. Parlai allora dei morti in guerra, li descrissi come dei giovani che erano andati nelle trincee per dovere, accantonando i loro sogni: c'era chi voleva fare il cantante, chi il pittore, chi vinceva in bicicletta, chi era un grande centravanti. Persone reali, non statue. I ragazzi mi ascoltarono con attenzione, poi ritornarono a scuola in silenzio. Fu una giornata utile, credo.
Iscriviti a:
Post (Atom)